My funny Valentine (‘s day)

Malgrado sia (giustamente) disprezzato e bistrattato, il giorno di San Valentino non può passare inosservato. Ti costringe in ogni caso a porre la tua attenzione su ciò che dovrai fare quella sera: passarla con il partner, struggerti per averlo perso, ragionare sulla tua condizione di single. Ecco quello che è capitato a me, ma devo prenderla un po’ alla lunga.
Il 23 dicembre parcheggio regolarmente il mio scooter nel garage dopo il lavoro e, il giorno successivo, parto per le ferie. Il 7 gennaio mattina vado per metterlo in moto ma non parte. Dopo svariate peripezie, con meccanici di ogni risma, lunghe quasi un mese e mezzo, e di cui vi faccio grazia, il motorello si scopre essere misteriosamente fuso. Prostrato da giorni e giorni di macchina nel traffico di Roma mi affretto a fare le pratiche per la patente A (le peripezie per la quale anche vi risparmierò ma sappiate che ci sono) e a comprare un altro scooter che trovo a tempo di record e di cui riesco a fare il passaggio di proprietà proprio il 14 febbraio. Poi torno a casa in macchina, non prima di essermi messo d’accordo col meccanico che lo ha in custodia per andarlo a prendere il giorno dopo, sabato, anche se l’officina è chiusa. Me lo lascerà fuori, debitamente incatenato grazie alle seconde chiavi che gli lascio e che, a detta del padrone, contengono anche quelle della catena.
Tornato a casa dopo la solita ora e mezza di traffico, cerco di riposare e nel frattempo penso a cosa farò del mio San Valentino. Mentre sono intento in questa meritoria opera squilla il telefono, verso le 19,30. E’ il meccanico che non trova le chiavi della catena e quindi mi avverte che mi lascerà lo scooter appena comprato per centinaia  e centinaia di euro fuori, con un legaccio finto che dovrebbe a suo dire dissuadere i ladri.
Devo andare a riprenderlo stasera stessa, è il mio primo pensiero. Il fatto è che vivo nella periferia di una città costruita su misura per i privilegiati che vivono in centro e che, quindi, della periferia se ne strafotte. Raggiungere il centro, dove si trova lo scooter, è praticamente impossibile. O quasi. Rapido consulto delle varie app di trasporti e pare che si possa arrivare in solo un’ora e 8 minuti (!) prendendo un autobus poi un autobus poi una metro e poi a piedi. C’è indicata anche l’ora, le 20,21, in cui passerà il mezzo vicino casa. Incredulo mi precipito fuori e attendo. Ovviamente all’ora prevista non passa un piffero. Cambio fermata, sempre con l’occhio sulle app trasporti di Roma e cambio pure il percorso, questo è: autobus, treno, metro, scarpe. Dopo una ventina di minuti vagando tra una fermata e l’altra in attesa del primo mezzo disponibile, come un cacciatore di anatre, ecco spuntare un autobus che mi porterà alla stazione del treno; e pazienza se non ho potuto fare il biglietto, essendo tutto già chiuso, lo farò in stazione. Ho dieci minuti prima che passi il treno. Per fortuna l’autista pare abbia una donna in caldo nel letto che lo aspetta (è pur sempre San Valentino!) per quanto guida veloce e arriviamo in un attimo ma… alla stazione le macchinette sono rotte e i bar chiusi. Niente biglietto. Poco male, ma già sento un brividello percorrermi la schiena di quelli che mi avvertono che la serata non sarà facile. Solo per questa sera, non so perché, tra la stazione di partenza e la Stazione Tiburtina, dove devo arrivare, hanno aggiunto una fermata intermedia, Stazione Prenestina. Salgo sul treno e controllo l’orario, tra 10 minuti sto a Tiburtina. Ma. Dal vetro del corridoio vedo il controllore che si avvicina chiedendo i biglietti. Come glielo spiego che non avevo modo di farlo? Comincio ad allontanarmi da lui con nonchalance andando verso il fondo del treno che però è semivuoto e quindi il tipo fa prestissimo a controllare. Sono arrivato all’ultimo vagone e lo vedo avvicinarsi sempre più. Opzione A: mi chiudo in bagno… ma è il primo posto dove ti aspettano. Opzione B: gli vado incontro e dico che lo stavo cercando per fare il biglietto… ma non regge perché dovrei spiegargli come mai per cercarlo sono andato verso l’ultima carrozza e non verso la prima. Il tipo si avvicina, apre la porta dell’ultimo scompartimento che ci separa e… il treno si ferma a Roma Prenestina! Lui torna indietro e io scendo al volo. La desolazione della stazione alle 21,30 di un cazzo di San Valentino di merda ve la lascio immaginare. Faccio una decina di minuti a piedi, compro finalmente il biglietto e vado a prendere il tram sulla Prenestina. Aspetto un po’. Arriva un 5 che non va verso i Parioli ma basta fare un pezzetto a piedi verso lo scalo di San Lorenzo e si possono prendere sia il 3 che il 19. Risparmierò tempo, credo ingenuamente. Salgo e arrivo a Porta Maggiore: sono le 21,30. Mi giro e… il 19 mi passa di fronte. Davanti a lui il 3. Cazzo. San Valentino bastardo. Attendo altri 20 minuti alla fermata prima che un 3 si degni di ripassare, salgo e devo sorbirmi le stronzate di un tipo al telefono e di altri personaggi che compaiono e scompaiono dal mio campo visivo come in un film. Dopo quasi due ore di corsa dietro i mezzi sto per addormentarmi e devo sembrare parecchio patetico agli occhi di questi damerini universitari che stanno ora uscendo di casa per la loro serata sentimental andante. Scendo dal tram, altri 10 minuti a piedi ed ecco come un miraggio lo scooter davanti all’officina.
Viaggio di andata: 2 ore e 3 minuti. Viaggio di ritorno: 23 minuti circa. Totalmente stravolto non ho capito come si accendevano i fari quindi sono tornato a casa al buio, convinto che non funzionassero. Il giorno dopo ovviamente sono riuscito ad accenderli. Ma il giorno dopo non era più San Valentino.

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The rise and fall of Kebab Stardust

Non è più possibile negare che nel quartiere di San Lorenzo a Roma giri la droga. Tanta, tantissima e pesante. Talmente tanta che ormai permea l’aria e inquina ogni cosa. Anche i kebab. Insomma, ditemi se un kebab non è palesemente drogato quando uno passa per San Lorenzo, si prende una piadina al volo per cena, va a dormire e sogna questo.

Festival di Sanremo. Sul palco del teatro Ariston si esibiscono ballerine travestite da suore, stile Sister Act; nelle tonache al posto del nero c’è l’azzurro oltre alla immancabile cuffietta bianca con i lembi dritti ai lati; finisce il balletto e la telecamera va sull’étoile, nientepopodimeno che… Marvin Gaye: nero, sudato, affannato, sorridente e con la barba!
Ma questo è solo l’inizio perché l’ospite più importante deve ancora arrivare. Lo presenta Mike Bongiorno, in una veste insolitamente poco fastidiosa e senza pronunciare “allegria”: dopo un altro stacchetto con tazze giganti color pastello ammucchiate che si elevano una ad una a liberare un oggetto alto circa mezzo metro coperto da un telo, il presentatore introduce l’ospite come uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, toglie il telo e… allegria! sotto c’è David Bowie.
Beh non proprio lui, un televisore a led sagomato esattamente come il suo busto, Videodrome in collegamento da New York. La sagoma di Bowie, rilassata, fuma una sigaretta con le gambe accavallate.
Convenevoli di rito.
Applausi.
Giubilo.
Mike Bongiorno: “Ti ricordi di quel matrimonio in Calabria a cui abbiamo partecipato insieme?”
David Bowie (sorprendentemente non gli chiede di cosa si è fatto ma annuisce…): “Ahaha certo!”
MB: “Fantastico…”
DB: “Vi racconto un aneddoto su quella giornata, se volete”
MB (entusiasta): “Come no, prego!”
DB: “Ecco, c’era il testimone dello sposo (il sogno a questo punto propone immagine del testimone: un contadinotto tarchiatello, alto e coi capelli neri impomatati, vestito come si vestono i contadinotti calabresi ai matrimoni) che mi si è avvicinato, mi ha guardato e mi ha chiuso un bottone del cappotto mentre, a mo’ di insegnamento, mi redarguiva: Non si porta così!”
Grasse risate di Mike Bongiorno che nel frattempo si è portato in una saletta stile Discoring e si è trasformato in un presentatore inglese che io non conosco ma tutti i presenti sì. Grasse risate di David Bowie al pensiero di qualcuno che gli insegna come vestirsi. Grasse risate del pubblico.

Probabilmente, presumo, grasse risate pure del kebabaro di San Lorenzo. Mamma, è vero quello che dicono: appena ti giri un attimo ti mettono la droga nella carne!

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Tieniti la panza

Da tempo immemore vado predicando che non bisogna andare contro la propria natura né tantomeno contro il destino. Come diceva Schopenhauer, il destino mescola le carte e noi possiamo solo giocarle.
Ogni tanto però mi capitano quelle botte di avventatezza/imprudenza e faccio cose riprovevoli: tipo comprare un coupon con un buono sconto per iscriversi in palestra 3 mesi.
Io in palestra? Non solo ho sempre odiato il fitness, i fissati della palestra, il loro abbigliamento, i loro discorsi, le trombate clandestine tra coniugati/e, gli istruttori monotematici ma anche l’idea stessa della palestra, indissolubilmente legata all’apparenza, nemica giurata della sostanza, faro della mia esistenza. Se scrivo un altro termine in –enza Schopy mi si rivolta nella tomba quindi termino il concetto qui (non ho usato la parola “desinenza” apposta).
Sì, sulla palestra sono intransigente. Ero intransigente, meglio dire. L’età avanza e aumenta la panza (ma quanto rimo oggi!). Per uno che a 25 anni pesava 53 chili e contava sette-otto ossa della cassa toracica in bella vista, essere diventato una specie di Renault Megane, col baricentro spostato e il culo in pizzo per via del peso anteriore (della pancia!) è uno sconvolgimento non da poco… così come vedere quegli enormi numeri col 7 davanti sulla bilancia.
Dunque eccomi munito di tagliando LetsBonus telefonare timoroso alla palestra Fruit&Fitness di Roma (ma che minchia di nome è poi? Che c’entra la frutta? Sarà per sottolineare il salutismo?) non prima di aver impiegato due ronde per scoprirne l’entrata, una scaletta in su tra un portone e un negozio che manco un centro massaggi cinese.
Al telefono Isabella, dopo 6 secondi di convenevoli, spinge già per l’abbonamento annuale ma devo informarla sulla mia pigrizia cronica e sul mio non aver mai messo piede in palestra (“mi fai vomitare tu e la tua palestra del cazzo, Signora dell’apparenza, piena di te a riempire il vuoto del tuo essere!” D’accordo, questo non gliel’ho detto, anche perché non mi pareva coerente), due fattori che mi sconsigliano un impegno così prolungato. “Fammici pensare” “Ok passa lunedì e parli con l’istruttore”. L’istruttore. Che brutta fine…
Fatto sta che lunedì 16 settembre mi presento e scopro, per farla breve, che il mio coupon era valido fino al giorno prima, domenica.
“Ma io vi ho chiamato apposta prima e voi mi avete dato appuntamento per oggi” protesto.
“Sì, ma dovevi dircelo” ribattono.
“E io che cosa ne sapevo se non me lo dite?” Nemmeno questo ho detto, chiedendo invece come si potesse supplire al disguido.
“Provo ad attivartelo, ora chiamo LetsBonus. No anzi lo faccio dopo, lasciami il tuo numero e ti richiamo”
“Ok”.“Cià”.
Passa un giorno, due. Una settimana. Dieci giorni. Ritorno da FandF ma Isabella non c’è e l’altra tipa cade dalla nuvole: “Facciamo una cosa, lasciami il tuo numero e ti faccio richiamare”.
Questa cosa l’ho già sentita. Passa un giorno, due. Una settimana, dieci giorni. Torno da FeF e stavolta Isabella c’è.
“Ricordami un po’ il problema…”
“Telefonato, prima, letsbonus, sìsì, attiviamo, uno-due-sette-dieci e così via”
“Eh ma abbiamo avuto un sacco da fare”
“Sono passate tre settimane!” (faccio segno tre con le dita interne della mano come gli americani, hai visto mai che comprenda meglio…)
“Non posso attivare il tagliando”
“Ma allora dato che non posso allenarmi chiedo un rimborso”
“Non posso dartelo, io non ho ricevuto i tuoi soldi”
“Come? E a chi li ho pagati io?”
“Chiedi a LetsBonus”
Cazzo, allora non siete solo apparenza, coi soldi la sostanza viene fuori.
Contatto via mail LetsBonus che dopo aver un rapido consulto mi fa una proposta accettabile: ti rendiamo i soldi sotto forma di credito e ci scusiamo tanto.
Già mi stavo informando su come spenderli quand’ecco la seconda mail di LB: non possiamo fare seguito alla nostra comunicazione precedente in quanto il suo tagliando risulta attivato in data 16 ottobre.
Era il 15. “Gentilissimi, il 16 ottobre ancora non è arrivato”
“Ci scusiamo era il 16 settembre, cordialissimi e caldissimi saluti”
Il 16 settembre? Ovvero il giorno in cui sono andato la prima volta in palestra?
“Egregio LB, non mi sono mai allenato perché il tagliando non era attivo, cosa che mi è stata confermata anche 3 settimane dopo. Mettiamo onorevolmente fine a questa situazione penosa e mi rifate la prima proposta di rimborso?”
Dopo un paio di giorni (tempo trascorso tra una mail e l’altra) LetsBonus Servizio Clienti Caso # 12220164 [ ref:_00DA0HjId._500F0HdRxp:ref ] mi risponde che la mia pratica è attualmente in gestione presso il dipartimento compente.
E voi chi minchia siete? Verrebbe da chiedere.
Dopo un altro paio di giorni mi arriva un’altra mail con lo stesso messaggio. Sapete tipo quando ti mettono in attesa: “i nostri operatori sono momentaneamente occupati, ci scusiamo per il disagio”. Solo che al telefono lo dicono ogni 30 secondi, qui ti mandano una mail ogni tre giorni.
Sto ancora aspettando una risposta definitiva, nel frattempo non trovo nemmeno un’immagine di Schopenhauer con la panza… e questo mi indispone.

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Very Important Person(s)

Già il concetto di VIP cozza con tutti i principi illuministi di liberté, egalité e quasi fraternité (con certi coglioni che stanno in giro non si può proprio fraternizzare; tollerarne l’esistenza sì e questo rientra nell’egalité) che regolano la mia vita.
Già la genesi della definizione “Very Important Person”, nata in Russia per indicare una certa aristocrazia, mi disturba. E che Darwin serve solo quando fa comodo? Solo se si deve giustificare la differenza tra le presunte categorie umane?
Pensare poi che questa etichetta si applica oggi a personaggi di ogni genere, basta che si vada a esplicitare la propria idiozia per quindici giorni in televisione, mi contraria vieppiù. Ma che (per esempio), Barbara D’Urso, Balotelli, Belen Rodriguez, le veline, le letterine, le patonze, i raglioni di Uomini e Donne sono Persone Veramente Importanti?
Rilevante, di grande interesse, apprezzabile, vitale, essenziale, influente, famoso, autorevole, potente, insigne, prestigioso, elegante. Sono tutti sinonimi di importante.
Converrete con me che i cosiddetti VIP non c’entrano nulla con quei termini a parte, se vogliamo, l’abusato o usato a sproposito “famoso” e che, anzi, se levassero i loro culi arroganti dalla faccia della terra la maggior parte di noi continuerebbe a campare tranquillamente. D’accordo qualcun altro, spero una minoranza, cadrebbe in depressione ma sono i rischi da correre in certi casi.
Questo piccolo cappello per farvi capire quanto me ne possa fregare dell’ultima poppata di Santiago o delle fuggevoli bramosie di Elisabetta Canalis.
Figurarsi la mia sorpresa quando un sms mi annuncia che mi sono stati scalati 5 euro dal credito (anzi dal conto, paraculi della domiciliazione bancaria!) per essermi iscritto a Celebrity, fantastico abbonamento collegato al sito scoprivip.com!
Rapido giro su internet e scopro che la truffetta la mettono in atto da tempo, con la complicità degli operatori (specie della 3. Sì è la mia, appena cambiata, merci beaucoup) e che bisogna chiamare il proprio gestore per farsela disattivare.
Incazzato come una pigna perché sto anche “partecipando al Concorso ‘i Tuoi Premi’. Rimani attivo almeno 7giorni consecutivi e prova a vincere ogni settimana 1buono acquisto” chiamo la 3 e mi risponde una tizia sarda che cerca in tutti i modi di dissuadermi dal disattivare questa e tutte le future opzioni premium (si chiamano così) che si berranno i miei sudati soldi per dirmi (cosa?) quante pugnette si è fatto Eros Ramazzotti questa settimana.
TS3 (Tizia Sarda della 3): “Noi non possiamo disattivare le opzioni deve chiamare un altro numero”
Io: “Il mio gestore è la 3, le dovete disattivare voi. Sentiamo cosa ne pensa la Polizia Postale di questa truffa?”
TS3: “Ok lei ha ragione. Ma poi non le arriveranno più le notifiche di quando farà operazioni bancarie”
Io: “Eh?”
TS3: “Le arrivano i messaggi per avvisarla quando fa qualche operazione online con la sua banca?”
Io (pensiero): (mmm boh… memoria di merda… che dico ora? Dissimulare, dissimulare!)
Io: “Sì”
TS3: “Bene, se tolgo l’opzione non le arriveranno più. Ci vuole pensare?”
Io: “No, tolga tutto. E dato che le sto facendo un’esplicita richiesta non voglio che succeda mai più che mi si attivino opzioni non richieste da me”
TS3: “Eh ma io posso cancellarle queste, se poi ne escono altre nuove noi che ne sappiamo”
Ma pensa questa crumira aziendalista! e io che ho sempre solidarizzato con i lavoratori dei call center!
Un’ulteriore minaccia di denuncia ed ecco comparire, cavalcando veloci come messi d’altri tempi, gli sms di disattivazione di Celebrity e delle opzioni premium: mi perderò le tredicesima gravidanza di Michelle Hunziker ma credo che sopravvivrò.
Una segnalazione alla Polizia Postale però voglio farla, visto che un sacco di gente ci è cascata e questi ci marciano. Sono un fottuto cittadino modello io, che vi credete?
Vado sul sito, mi iscrivo, password, cavoli e mavoli (per non essere ancora inutilmente scurrile e dire “cazzi e mazzi”) e alla fine… non si può fare le segnalazione! Si può fare per il phishing, per l’hacking (ma che è?) e per la pedofilia. Se volete segnalare altro non si può. Puoi fare una denuncia ma chi denunci, Signorini?
Manco una soddisfazione. Chissà che scarpine indosserà il royal baby per il battesimo…

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La strana faccia dell’amore

Quasi giunto a destinazione, dopo il solito viaggio mattutino, attendo paziente in sella allo scooter che il semaforo su via Nomentana diventi verde. Di lato, nella corsia centrale, il solito ammasso di ferraglia strombazzante; alle mie spalle disordinati cuboidi di metallo guidati da rimminchioniti arroganti; a sinistra, la usuale, disorganizzata, carovana di auto i cui conducenti tre alla volta cercano di immettersi nella stradina laterale davanti a me, terrorizzati dall’imminente rosso. Il quale, infatti, a un certo punto arriva, anche se non pare sia di ostacolo al flusso che continua presuntuoso.
Il semaforo verde indica di muoversi ma per poco non vengo travolto da una spocchiosa signora che pretende per diritto divino di passarmi sopra, malgrado ora dovrebbe rimanere ferma. Ruoto la testa verso di lei e le indico il semaforo per farle capire di stare buonina ma non appena rigiro lo sguardo in avanti mi accorgo dell’utilitaria, anch’essa rossa, immobile al centro della stretta corsia, a pochi centimetri da me. Freno, cerco di spostarmi, giro il manubrio ma l’impatto è inevitabile: la mia ruota anteriore va a sbattere contro il suo paraurti posteriore e lo scooter si inclina, cadendo di lato mentre io rimango in piedi.
Dalla macchina, dopo qualche attimo di esitazione, nel quale il mio primo pensiero è che chi tampona ha sempre torto, scende una signorina magra, piccolina ma ben tornita, coi capelli scuri corti, pantaloni e giacca elegante nera.
“Oddio, che è successo?”
“Niente di che, la tua macchina non ha un graffio, lo scooter invece è distrutto” affermo con enfasi shakespeariana, sperando che non conosca il codice della strada. “Ma che ci facevi ferma in mezzo alla strada?”
“Stavo parcheggiando” fa lei con un filo di voce.
“Dove? E senza freccia tra l’altro”, incalzo, sempre più sicuro di me.
“Sul marciapiede” risponde timidamente.
“E che si parcheggia sul marciapiede?” Ormai è fatta.
“Lo fanno tutti” si giustifica ancora lei.
Mi ricorda una scolaretta beccata a copiare, è ora di sferrare il colpo finale e sparire: “Vabbè dai, non si è rotto nulla…”
“E questi?” dice indicando i cocci del mio specchietto sulla strada.
Che tenera, si sente in colpa. “Non preoccuparti, non fa niente”
(L’ho sfangata, non è una di quei furbetti pronti a fottere il prossimo simulando inesistenti colpi di frusta, ora mi rimetto in sella e maledico per un po’ la vecchia del semaforo, che se la starà ridendo alle mie spalle).
Ma lei, la ragazza, non molla e con il candore più assoluto si mette una mano sui seni tondi, grossi e sodi, le curve perfettamente in vista sotto la camicetta bianca e mi fa: “Oddio, mi batte fortissimo il cuore, vuoi sentire?”
Venti centesimi di secondo di blocco mentale e la fortuna di indossare gli occhiali da sole così che non si intuisca la direzione del mio sguardo.
(Ma come ‘vuoi sentire’? Che faccio ti metto le mani tra le tette? Voglio dire, non che non lo farei molto volentieri ma… dove la metto la mano? E se involontariamente il pollice e l’indice dovessero indugiare su quelle rotondità perfette? E ho i guanti, che faccio li tolgo? Altrimenti non vedo come potrei sentire il battito del tuo cuoricino impazzito… Ma poi, scusa, che si chiede così, a uno sconosciuto, il primo venuto in mezzo alla strada, di metterti la mano sulle tette? D’accordo, ci credo alla tua buona fede, so che sei davvero spaventata ma… cioè, insomma, non posso farlo no? C’è pure la vecchia dietro che controlla tutto…)
E’ il resoconto dei miei pensieri, in ordine sparso, nei rimanenti ottanta centesimi di secondo, lei con la mano sul seno, io lì davanti in bambola completa. Interiormente mi sento come il Tevere dopo il salto all’Isola Tiberina, esteriormente sono una mummia senza emozioni.
“Vabbè dai non è successo niente, non ti preoccupare”, ripeto ancora. Non ho la forza di salutarla, né di guardarla, rimetto in piedi il motorino ancora acceso, mi infilo alla destra dell’utilitaria rossa e la lascio lì, in piedi, con la mano fra le tette.
Nei film, quando un personaggio si allontana in questo modo lirico, spesso guarda con rimpianto l’altra figura farsi sempre più piccola attraverso lo specchietto retrovisore: sarebbe una bel finale e allora provo a farlo anch’io ma, ahimè, non mi riesce poiché il mio (specchietto?) l’ho lasciato lì, per terra. Insieme al mio ego frastornato.

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La multa semovente

Va bene, può capitare di prendere una multa. Rode un po’ ma in fondo è normale. Per me è più che normale, è una prassi. Ma ok, mi lascerò mica demoralizzare dall’ennesimo verbale? Certamente no, anche se certamente sono vinto dalle battaglie pregresse e rinuncio a priori al ricorso. Mi reco all’ufficio postale e pago i miei 85 euro, ripongo la prova dell’ulteriore sostegno economico al Comune di Roma e dormo sonni beati. Finché.
Finché, a distanza di qualche mese, arriva la famosa letterina verde che il postino ha imparato a conoscere e con malcelato compiacimento ormai recapita a casa: verbalino da 109 euro + spese di spedizione + spese nonmegliospecificate, totale 122 euro.
Ma che è? Che ho fatto? Sarà stato quella volta che… O quell’altra in cui… No, aspetta, questo è lo stesso identico verbale che ho già pagato, solo che una mano anonima ha cancellato a penna l’importo di 85 euro e ha riscritto 109, aggiungendo le altre spese.
Ma io il verbale l’ho ricevuto dalle manine ufficiali di un Agente di Polizia Municipale, mica pizza e fichi. Ho saldato il mio ennesimo conto con il corpo dei pizzardoni e ora mi ritrovo a dover pagare ancora? Urge spiegazione.
Mi presento all’ufficio preposto dei vigili e illustro la situazione. Anzi.
“Buongiorno, posso chiedere qui per un verbale?”
“Perché che c’ha?”
“Ho pagato il verbale e me ne è arrivato un altro che bla bla bla…”
Il ciccio in camicia e gilet semimilitare si sporge a fatica spostandosi sulla poltroncina a rotelle ed esamina attentamente i due verbali per 45 secondi.
“Deve andare su all’ufficio della stradale, je lo spiegano loro c’hanno fatto…”
Salgo un piano e entro nella prima stanza che incontro.
“Scusate, cercavo l’ufficio della stradale”
“Perché che deve fa?”
“Riguarda un verbale che mi è arrivato due volte, è qui che posso chiedere?”
“E nun lo so, si numme lo spiega nun lo posso sapé”
Si avvicina, esamina attentamente i due verbali per 45 secondi e poi: “Aspetti qua”.
Non solo è Mister Simpatia, c’ha pure un enorme simbolo della Lazie come sfondo del desktop: sì l’avrete visto, lo scudetto biankazzuro col pollo sopra.
“I verbali sono diversi perché c’è maggiorazione di un terzo per l’orario notturno”
“Sì, ma a me il verbale l’ha consegnato un vigile, se si è sbagliato non è colpa mia”
“Se pensa che c’è un errore può fare un esposto all’ufficio protocollo al piano di sotto”
“E lo penso sì!”
Riscendo le scale e vado dal mio amico sulla poltroncina a rotelle (non era disabile, solo pigro).
“M’hanno rimandato giù, questo è l’ufficio protocollo?”
Lui alza un salomonico indice dietro le mie spalle, così mi giro e mi presento allo sportello.
“Questi due verbali bla bla bla”
Il vigile dietro il vetro esamina attentamente i due verbali per 45 secondi e mi spiega (diciamo tenta di spiegarmi) come compilare l’esposto. Ho fatto di testa mia.
Protocolla come da nome dell’ufficio e mi dà la ricevuta.
Io, che stupidamente pensavo di aver risolto definitivamente il problema, ancor più stupidamente domando: “E adesso?”
“E adesso… se non le arriva nessuna comunicazione è tutto a posto, se le arriva una comunicazione non è tutto a posto”.
Comunicare è importante.

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Sulla naturale regressione verso l’arroganza di certi alternativi da operetta

Flashback.
L’ennesima involuzione di certi personaggi mi ha sconvolto. Eppure dovrei esserci abituato, li ho frequentati molto ai tempi dell’università; a stretto contatto, ritenevo di condividere con essi alcune iniziative su una presunta quanto utopica uguaglianza sociale, frutto in realtà solo della mia dabbenaggine e sprovvedutezza. Il loro habitat, nel quale crescevano e proliferavano spalleggiandosi e riproducendosi, era il quartiere di San Lorenzo, storica roccaforte della resistenza durante la seconda guerra mondiale e per questo, oltre che per una strategica vicinanza alla città universitaria, assurto a quartier generale della “movida” romana (che allora non si chiamava ancora così, Dio punisca chi ha introdotto nelle nostre esistenze anche questa ennesima bruttura fonetica).
Già allora, quando ho capito che non di veri attivisti si trattava, quanto piuttosto di figli di papà che giocavano a fare gli squattrinati – salvo poi rientrare la sera nelle loro benestanti case parioline del papà notaio, avvocato o medico, già col futuro in tasca non appena si fossero laureati – ho cercato di trasformarmi in una goccia d’acqua in quel liquido oleoso e, quindi, di non mischiarmi.
Mi sono ribellato quasi subito al loro passatempo, ai loro “compagno” (ma compagno di cosa? Non siamo Pacciani e Vanni, né tantomeno mi si deve affibbiare un’etichetta che ci riduca a elementi passivi di uno schema più grande, nel quale mi si ritaglia il ruolo di pedina atta ad adoperarsi e compiacere l’oligarchia di turno, sociale, politica, economica o sessuale che sia! Cazzo), per dedicarmi a quelle attività per le quali mi sentivo più affine a loro: calcetto, tresette, vino, rock e altre amenità che non sto qui a menzionare.
Nella mia illusoria e inadeguata visione del mondo, sorretto da un’altrettanto erronea interpretazione della teoria darwiniana (ma quando imparerò a farmi furbo?), ero convinto che quella categoria sociale, così effimera e superficiale, non sarebbe sopravvissuta agli spensierati anni universitari.
Quanto mi sbagliavo! E anche qui, nulla di insolito. Mi domando come si possa passare anni a cercare di capire il mondo e non comprendere di esso mai una mazza…
 
Oggi.
O meglio venerdì sera. Godimento e felicità per un fratello che torna nella nostra vita, moderno figliol prodigo, il quale per festeggiare ci apre la sua casa e l’abbondante meltin pot del quartiere vivace, alternativo e artistoide dove vive: San Lorenzo. Entriamo in uno degli innumerevoli locali che allietano il viavai di una estroversa festa della donna (sulla quale – festa – non spenderò nemmeno una frase, nemmeno un aggettivo… muto e pedalare!). Riempiamo un tavolo all’interno di un ecosistema decisamente chic, musica ambient e luci adeguate, candele che galleggiano su uno strato gelatinoso dentro un barattolo pieno di turaccioli con sovraimpresso il mio cognome (d’accordo, l’ultima immagine non è reale ma parto della mia leonardesca fantasia); se non fosse per l’umidità al 90 per cento, la puzza che qualcuno degli astanti sente (non io, che sembra abbia il medesimo olfatto di un cocainomane) e tutta una serie di mancanze alla sicurezza sui luoghi di lavoro che a me, tartassato da una capa bisbetica pure in qualità di responsabile della salvaguardia dell’incolumità dei colleghi, non sfugge. Ma, soprattutto, ci sono loro: gli alternativi o, come si preferisce definirli ora – dopo la rivoluzione culturale gelminiana – i radical chic. Belli. Eleganti. Sicuri di sé.
Chi può amministrare un posto talmente all’avanguardia da attirare così tanta “bella gente”, come si dice nei luoghi alla moda? Una manica (accezione negativa e romanesca di “gruppetto”, blandonota) di emerite teste di cazzo, obviously. Nella misura addirittura di tre su tre, un bell’en plein. Ma con un paio dei tre gestori che spiccano sul terzo e uno che addirittura si eleva e si libra sugli altri nel suo empireo di arroganza.
Prima prova non appena seduti quando arriva, con barba e capelli ribelli, il ciuffo sudato e anche un po’ ubriaco (Fico! Ma chi è Borroughs, Kerouac? Ci troviamo catapultati improvvisamente nella beat generation?) e, alla richiesta gentile del nostro fratel prodigo di avere da bere, risponde stizzito: “E che te paro ‘ncameriere? Le consumazioni si prendono al bar!” “Beh, stai ritirando i bicchieri da un tavolo, un vigile urbano non sembri”, verrebbe da dirgli. Ma mi trattengo perché poi sei sempre il solito attaccabrighe e bla bla. Nel frattempo ne approfitta per sorridere suadente a tutte le ragazze del tavolo, mentre si porta via i bicchieri con un contegno e un’altezzosità che un cameriere se li sogna!
Accompagno il fratel prodigo al bar dove c’è ancora lui (è ubiquo!) intento a preparare due cocktail. Gli ripete la richiesta e lui: “Mo sto a preparà questi!”. “Ma questo è proprio un coglione!” dico, per fortuna non udito poiché, nel frattempo, senza motivo, si scalda e sbatte sul bancone del bar l’arnese per pestare il ghiaccio. Senza motivo credevo io. In realtà, non appena torna il secondo gestore da chissà dove, un tipo flemmatico e accattivante che sfida umidità e ridicolo con un berretto di lana molto trendy in testa, urla: “Ecco a voi il barman!”, gli fa un applauso e si catapulta dall’altra parte del bancone, tra una biondona alta e radical chicchissima (bisogna ammettere che l’arrogantone aveva i suoi bei motivi per incazzarsi con l’amico svanito nel nulla, probabilmente a fare il figo con qualcuna, come avrebbe voluto fare lui) e la sua amica, baciandole e abbracciandole entrambe, nonché stringendole a sé e al suo ciuffo sudato. Ovviamente – banalità – senza preparare i cocktail che fratel prodigo gli aveva chiesto.
Quello che ha preso il suo posto ha cominciato a preparare invece quelli delle due patate di cui sopra (forse se le stavano litigando! La lotta tra fighi alternativi secondo me deve assomigliare a quella dei leoni nella savana…), con una flemma e un distacco che gli ho subito invidiato. Caricata nella mia voce una dose magnum di gentilezza, ho rinnovato io la richiesta. Quello si è fermato, mi ha guardato per un attimo come si guarda una cacca di cane per la strada e mi ha risposto: “Sì”. Naturalmente non li ha preparati. Dopo altri cinque-dieci minuti di attesa fratel prodigo ci ha riprovato e, ragazzi, stavolta ce l’abbiamo fatta! Non senza che fosse stato disturbato nella delicata opera dal terzo gestore, quello che indossava la maglietta con la cravatta disegnata sopra. Ma quanto state avanti! E quanto sono inadeguato io, rispetto a voi?
Mentre lo psicopatico col ciuffo sudato inseguiva la bionda come un cane la lepre, ne ho approfittato per andare in bagno. Un tizio irrompe nel bel mezzo delle mie cosine, richiude la porta ma poi, quando esco, mi fa: “T’ho rotto i cojoni prima!” Solo che l’intonazione sembrava più: “Coso, ma lo sai che stavi al cesso quando ci dovevo andare io?” Annuisco tra me e me e faccio una risata rassegnata e conscia mentre giro lo sguardo e lo vedo seduto al tavolo, intento a marcare stretto una fighetta radical-jazz-chic.

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