La strana faccia dell’amore

Quasi giunto a destinazione, dopo il solito viaggio mattutino, attendo paziente in sella allo scooter che il semaforo su via Nomentana diventi verde. Di lato, nella corsia centrale, il solito ammasso di ferraglia strombazzante; alle mie spalle disordinati cuboidi di metallo guidati da rimminchioniti arroganti; a sinistra, la usuale, disorganizzata, carovana di auto i cui conducenti tre alla volta cercano di immettersi nella stradina laterale davanti a me, terrorizzati dall’imminente rosso. Il quale, infatti, a un certo punto arriva, anche se non pare sia di ostacolo al flusso che continua presuntuoso.
Il semaforo verde indica di muoversi ma per poco non vengo travolto da una spocchiosa signora che pretende per diritto divino di passarmi sopra, malgrado ora dovrebbe rimanere ferma. Ruoto la testa verso di lei e le indico il semaforo per farle capire di stare buonina ma non appena rigiro lo sguardo in avanti mi accorgo dell’utilitaria, anch’essa rossa, immobile al centro della stretta corsia, a pochi centimetri da me. Freno, cerco di spostarmi, giro il manubrio ma l’impatto è inevitabile: la mia ruota anteriore va a sbattere contro il suo paraurti posteriore e lo scooter si inclina, cadendo di lato mentre io rimango in piedi.
Dalla macchina, dopo qualche attimo di esitazione, nel quale il mio primo pensiero è che chi tampona ha sempre torto, scende una signorina magra, piccolina ma ben tornita, coi capelli scuri corti, pantaloni e giacca elegante nera.
“Oddio, che è successo?”
“Niente di che, la tua macchina non ha un graffio, lo scooter invece è distrutto” affermo con enfasi shakespeariana, sperando che non conosca il codice della strada. “Ma che ci facevi ferma in mezzo alla strada?”
“Stavo parcheggiando” fa lei con un filo di voce.
“Dove? E senza freccia tra l’altro”, incalzo, sempre più sicuro di me.
“Sul marciapiede” risponde timidamente.
“E che si parcheggia sul marciapiede?” Ormai è fatta.
“Lo fanno tutti” si giustifica ancora lei.
Mi ricorda una scolaretta beccata a copiare, è ora di sferrare il colpo finale e sparire: “Vabbè dai, non si è rotto nulla…”
“E questi?” dice indicando i cocci del mio specchietto sulla strada.
Che tenera, si sente in colpa. “Non preoccuparti, non fa niente”
(L’ho sfangata, non è una di quei furbetti pronti a fottere il prossimo simulando inesistenti colpi di frusta, ora mi rimetto in sella e maledico per un po’ la vecchia del semaforo, che se la starà ridendo alle mie spalle).
Ma lei, la ragazza, non molla e con il candore più assoluto si mette una mano sui seni tondi, grossi e sodi, le curve perfettamente in vista sotto la camicetta bianca e mi fa: “Oddio, mi batte fortissimo il cuore, vuoi sentire?”
Venti centesimi di secondo di blocco mentale e la fortuna di indossare gli occhiali da sole così che non si intuisca la direzione del mio sguardo.
(Ma come ‘vuoi sentire’? Che faccio ti metto le mani tra le tette? Voglio dire, non che non lo farei molto volentieri ma… dove la metto la mano? E se involontariamente il pollice e l’indice dovessero indugiare su quelle rotondità perfette? E ho i guanti, che faccio li tolgo? Altrimenti non vedo come potrei sentire il battito del tuo cuoricino impazzito… Ma poi, scusa, che si chiede così, a uno sconosciuto, il primo venuto in mezzo alla strada, di metterti la mano sulle tette? D’accordo, ci credo alla tua buona fede, so che sei davvero spaventata ma… cioè, insomma, non posso farlo no? C’è pure la vecchia dietro che controlla tutto…)
E’ il resoconto dei miei pensieri, in ordine sparso, nei rimanenti ottanta centesimi di secondo, lei con la mano sul seno, io lì davanti in bambola completa. Interiormente mi sento come il Tevere dopo il salto all’Isola Tiberina, esteriormente sono una mummia senza emozioni.
“Vabbè dai non è successo niente, non ti preoccupare”, ripeto ancora. Non ho la forza di salutarla, né di guardarla, rimetto in piedi il motorino ancora acceso, mi infilo alla destra dell’utilitaria rossa e la lascio lì, in piedi, con la mano fra le tette.
Nei film, quando un personaggio si allontana in questo modo lirico, spesso guarda con rimpianto l’altra figura farsi sempre più piccola attraverso lo specchietto retrovisore: sarebbe una bel finale e allora provo a farlo anch’io ma, ahimè, non mi riesce poiché il mio (specchietto?) l’ho lasciato lì, per terra. Insieme al mio ego frastornato.

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