La guerra delle barbe

Ormai sfioro un’età veneranda, questo è noto. E se a diciassette anni mi crucciavo di apparire 5 anni più giovane (ma quale adolescente te la dà se sembri suo fratello delle medie?) col tempo mi sono beato degli anni in meno dimostrati e ne ho approfittato beceramente finché ho potuto. Ma prima o poi tocca smettere. Prima o poi la veneranda bisogna dimostrarla tutta. Se non altro per non rimorchiare ventenni.  E dunque ho seguito la moda. Quella degli uomini italiani del 2014, tutti improvvisamente e inevitabilmente colpiti dalla sindrome della barba. Mi sta bene, mi fa uomo. Ma tutti quegli anni a cercare di sembrare diverso dalla massa allora? Niente, persi nella peluria folta e a tratti pure bianca.
Per festeggiare quest’orgia di banalità e conformismo ho deciso di andare a vedere uno dei gruppi indie più cool del panorama italiano (ma lo sentite come cazzo parlo ormai?), uno di quelli che ho sempre detestato e che non ho mai voluto nemmeno ascoltare. Vabbè diciamola tutta: non ho deciso, mi ci hanno costretto. E questo gioca a mio favore. Ero però al loro secondo concerto. E questo NON gioca a mio favore. Per convincermi ad andare al primo concerto mi hanno aiutato a dipingere il bagno di casa nuova. E questo gioca a mio favore. Stavolta non ho ottenuto nulla in cambio. E questo NON gioca ancora una volta a mio favore. 2 a 2, come nel derby. Selfie time. Uccidetemi.
Ci presentiamo al suddetto concerto con largo anticipo e facciamo pure una discreta fila. Incredibile quanto seguito. Ok la smetto con questa suspence alla Gerry Scotti: sono andato a vedere i Nobraino. Shame on me. Forever and ever.
Comunque, una volta scuciti i 10 euri più inutili della mia vita entro e nell’ex Alpheus (dove ho passato memorabili serate universitarie e che ora si chiama tristemente Planet) è tutto un fiorire di radicalsciccheria che manco al concerto dei Nobraino! Ah già… Vabbè, in ogni caso, in un clima tropicale, tra fauna da sauna, lo stile era obbligato: cappello a falde – portato anche dentro e adatto a tutte le occasioni (ovvero per i nobraini e Mannarino) – e barbe. Barbe ovunque. Barbe fluttuanti tra le palle colorate pendenti dal soffitto del Planet ex Alpheus. Barbe che bevono birra. Barbe con gli zaini a tracolla. Barbe accompagnate da fichette evidentemente attratte dalle barbe. Barbe che si sfiorano e si toccano e. Barbe che ballano, cantano e se ne fregano, col mento in su! Come sono cambiati i tempi! Un pensiero prepotente alla Rettore si insinua nella mia mente durante le esibizioni teatrali e fintamente sopra le righe di Freddy Krueger (d’accordo si chiama Lorenzo e nel cognome manca la e ma è comunque un incubo per me, con quella sua arroganza sbandierata ai quattro venti che invece di raccogliere sputi fa il pieno di ovazioni)… Donatella, dicevo, pensaci tu: dammi una lametta che mi taglio le vene! No, no, voglio morire imberbe, come nella scenetta che i nobraini ripetono minotauricamente ad ogni loro concerto: dammi una lametta che mi taglio la barba… Popo popo popo popo popopopò… E poi pure le vene, certo!
I ragazzi sul palco sono bravi tecnicamente. I musicisti sanno il fatto loro. Ma hanno un handicap o una risorsa, a seconda di come la vedi: sempre lui, il Kru(e)ger che scimmiotta il mondo sul palco a modo suo, fregandosene di tutto e di tutti… peccato che probabilmente tra i tutti siano ricompresi anche i suoi fan accalorati e il suo gruppo assimilabile a uno composto da turnisti. Sì, ci sono in mezzo anch’io ma la cosa è reciproca e quindi non mi tange. Lorenzo Kruger se ne fotte delle barbe! Come stai avanti, ragazzo mio.
E’ tardi. Il concerto, dopo ben due ore di poesia incomprensibile e di musica suonata bene ma che non arriva dove dovrebbe arrivare, scema (e non parlo della pugliese che si dimena con le amiche su Bifolco). L’unica cosa che mi rimane in mente, impressa, marchiata a fuoco, indelebile è l’accenno del riff di Settle for Nothing dei Rage Against The Machine che il chitarrista accenna mentre Freddy rasa il malcapitato/ coglione di turno. Chitarrista birichino… e pensare che ti chiami Nestor(e), come il cavallo del film di Sordi. No, la barba non mi ha cambiato, sono il solito sociopatico. Evviva.

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