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La laurea e la doccia

Ho una laurea. E un master. Ho carta bianca e mi viene in mente la risposta di Totò in questi casi. Perché mi sono spremuto sui libri, ho cercato di apprendere, di conoscere la storia del mondo, le sue conquiste, il linguaggio per descrivere la realtà. So conversare di molti argomenti, con buon discernimento. E con tutte queste belle cose mi ci pulisco il culo, appunto.
Perché poi arriva un idraulico e vince lui: ti sovrasta e ti piega al suo volere che manco Beyoncé (e non venitemi a raccontare che non vi fareste sovrastare da Beyoncé… e da Shakira insieme! Vabbè, il video di Beautiful Liar mi ha traviato, lo ammetto, specie quando si sbattono entrambe sul muro da sole).
Già ai tempi dell’università avevo capito l’andazzo quando un conoscente, idraulico in pensione, venne a collegare il tubo dello scarico della lavatrice al bidet. Solo questo. Mi fece, parole sue, un “prezzo da amico”: 120 euro. In nero. Dieci anni fa. Per collegare un tubo.
Lì capii che avevo sbagliato tutto e che mio figlio farà l’idraulico o il fabbro. A Roma, naturalmente. Mia figlia farà la signora delle pulizie. E all’età in cui mi sono laureato io, avranno già estinto il mutuo della loro prima casa. All’età che ho adesso, invece, potranno già cominciare a comportarsi come semidèi, inafferrabili e invulnerabili.
Ne ero convinto allora, oggi più che mai. Sentite

La storia della doccia
È una di quelle leggende che racconterò ai miei figli nella culla, come spauracchio e monito. Guai a te se studierai, guai se ti incaponirai a voler fare l’intellettuale e a ergerti culturalmente dalla massa. Alla fine entrerai nel mondo del lavoro e sarai un ingranaggetto sacrificabile, rimpiazzabile e sfruttabile. Farai la fame e dovrai rinunciare a molte di quelle cose che la cultura subdolamente ti ha fatto conoscere, salvo poi non darti la possibilità di poterne usufruire per mancanza di danaro (bello DA-NA-RO, fa molto Senatore Razzi… po-po-po) mentre il tuo amico zappa ignorante dell’ultimo banco avrà casa, macchina e a fianco una bella figa bora e tatuata. Se gli dice bene anche cubista. Ma non divaghiamo.
I muri laterali della doccia di casa mia non sono uguali; uno è lungo quanto il lato sinistro del piatto doccia mentre all’altro mancano 15 centimetri, così il lato destro del piatto rimane vuoto per un pezzetto. Per montare la porta della doccia, dunque, si deve costruire su misura un banalissimo rettangolo di vetro con un montante in alluminio, largo 15 centimetri e alto 185.
A ottobre contatto il tizio che ha fatto gli infissi di casa e gli spiego la questione. “Ma sì te lo faccio, devo solo prendere il materiale… se lo vuoi bianco ce l’ho già in officina” “Ehm no, la porta è di alluminio” “Va bene, lo faccio e te lo vengo a montare… non subito eh, dammi una quindicina di giorni”.
Passa un mese. Lo ricontatto. “Eh no ancora devo ordinare il materiale, cioè se lo vuoi bianco ce l’ho già, facciamo subito”. “Eh no mi serve in alluminio”.
Passa un altro mese e lo vado a trovare in officina. “Come va a Roma? Eh io quando stavo a Roma ne ho fatti di casini, stavo con quel gruppo politico, facevamo questo, menavamo a questi e bla bla” “Sì, guarda, ti ho portato tutte le misure precise e le foto del piatto doccia così puoi… “Certo Roma è un casino, sto sindaco Marino non ci capisce niente” “Ma il pezzo della doccia…” “Statti tranquillo che lo facciamo”
Passano quindici giorni, ormai è il 2016, e chiamo. “No guarda te lo dico chiaramente, siamo stati impegnatissimi con i bonus fiscali per gli infissi, quelli scadono a fine anno”.
Un altro paio di settimane. “Eh si, siamo stati a Roma con mio figlio, proprio vicino a casa tua, siamo venuti a fare un lavoro per una ragazza che abita lì” “E non potevate passare pure da me?” “E sì mo… dammi un po’ di tempo e veniamo”.
Un po’ di tempo? Sono già passati quattro mesi e non hai nemmeno preso le misure! Ma il bello deve ancora venire: “Allora mi fai quel pezzetto? Sto con gli stracci a terra da mesi ogni volta che mi faccio la doccia” “Ah si beh… ora sto sull’Etna” “Dove?” “Sull’Etna, a sciare, siamo arrivati ieri”.
Trovo un altro fabbro, vicino casa. Gli spiego la cosa e lui: “Sì te lo faccio, non ci vuole nulla, oggi è venerdì, a metà settimana prossima ti chiamo e te lo vieni a prendere”. Aspetta che sta per chiamare…
Torno lì il venerdì successivo. “Eh ho avuto da fare, non ho potuto farlo, la settimana prossima”. Torno il venerdì successivo. Lui quasi scocciato. “Eh ho dovuto fare delle cose, non ho avuto tempo! E, anzi, te lo dico da subito che nemmeno la settimana prossima potrò, devo andare a montare delle finestre all’Isola d’Elba. Te lo dico sennò pare che non mantengo la parola data. Io se dico una cosa la mantengo”. Lui se dice una cosa la mantiene.
Cambio l’ennesimo fabbro, questo sta nella via in cui abito. “Senti ma tu li costruisci questi pezzi?” “Io li monto, me li faccio costruire da una fabbrica da cui mi servo. Ti faccio fare un preventivo e domani ti chiamo”. Si, come no. Passano tre giorni e rivado. “Niente preventivo ancora”. Passano altri tre giorni e lo becco per strada: “Ma ti rendi conto di quanti clienti mi fanno perde questi? Ancora non mi danno il preventivo!” Mi figuro quanto ci vuole per la costruzione vera e propria e vado da un vetraio laziale, con tanto di rottweiler in negozio e aria da San Patrignano. Pensavo mi avrebbe ammazzato di botte invece mi ha tagliato su misura un doppio vetro di sicurezza a soli 25 euro. Altri 30 euro li ho spesi da Bricofer per comprare delle aste di alluminio che io e mio padre abbiamo assemblato e un amico ha montato in poche ore, insieme alla porta: dopo sei mesi ho la mia cabina doccia.

La morale è chiara no? Non studiate, imparate un mestiere di questi che ora fanno solo i rumeni e fate un pacco di soldi. Non siete ancora convinti?
Parliamo dei condizionatori, allora. Idraulico “di fiducia”, as usual. Lo chiamo e lui: “Sì, che problema c’è?” (ma perché, perché dite che non ci sono problemi e che potete fare un lavoro se non è così? Dichiarate semplicemente “non posso” o “non mi va” o “mi stai sul cazzo”… qualsiasi cosa ma che sia vero!)
Vado a comprare i condizionatori e il motore, che mi piazzo in casa, e poi comincio la tiritera solita: “Chiamami la settimana prossima e prendiamo appuntamento per montarli” Chiamo. “Eh no, sta settimana non posso, ma la prossima non ci sono problemi”. La successiva. “No guarda, non questa settimana, manco l’altra ma quella dopo chiamami che prendiamo appuntamento”. Passano altre due settimane. “Allora ok, ci vediamo venerdì e montiamo”. Giovedì pomeriggio la sua telefonata: “No guarda, non c’ho il ragazzo per domani, dobbiamo rimandare… a quando? Mercoledì 23 alle 8 di mattina sto da te. Ci sentiamo lunedi per conferma”.
La “conferma”: altro incubo da far accapponare la pelle; ti dicono “sì ma per sicurezza ti richiamo per conferma”. E indovinate un po’? Lunedì chiamo: non risponde. Martedì chiamo, non risponde. Mando un sms: “Ciao, mi dici se è confermato per domani perché devo anche prendermi il giorno al lavoro?” Nessuna risposta.
Fiducioso fino alla fine, con le lacrime agli occhi, mercoledì mattina (stamattina) mi sveglio all’alba per essere pronto nel caso alle 8 il signor idraulico suonasse alla mia porta. Edicola, colazione e poi attesa. Attesa. Alle 9 mi avvio mestamente verso il lavoro. I condizionatori sono ancora lì a terra, da un mese.
Non studiate, ve lo ripeto, sarete solo gli schiavi di altri schiavi repressi del terziario. Piuttosto, diventate semidèi.

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Very Important Person(s)

Già il concetto di VIP cozza con tutti i principi illuministi di liberté, egalité e quasi fraternité (con certi coglioni che stanno in giro non si può proprio fraternizzare; tollerarne l’esistenza sì e questo rientra nell’egalité) che regolano la mia vita.
Già la genesi della definizione “Very Important Person”, nata in Russia per indicare una certa aristocrazia, mi disturba. E che Darwin serve solo quando fa comodo? Solo se si deve giustificare la differenza tra le presunte categorie umane?
Pensare poi che questa etichetta si applica oggi a personaggi di ogni genere, basta che si vada a esplicitare la propria idiozia per quindici giorni in televisione, mi contraria vieppiù. Ma che (per esempio), Barbara D’Urso, Balotelli, Belen Rodriguez, le veline, le letterine, le patonze, i raglioni di Uomini e Donne sono Persone Veramente Importanti?
Rilevante, di grande interesse, apprezzabile, vitale, essenziale, influente, famoso, autorevole, potente, insigne, prestigioso, elegante. Sono tutti sinonimi di importante.
Converrete con me che i cosiddetti VIP non c’entrano nulla con quei termini a parte, se vogliamo, l’abusato o usato a sproposito “famoso” e che, anzi, se levassero i loro culi arroganti dalla faccia della terra la maggior parte di noi continuerebbe a campare tranquillamente. D’accordo qualcun altro, spero una minoranza, cadrebbe in depressione ma sono i rischi da correre in certi casi.
Questo piccolo cappello per farvi capire quanto me ne possa fregare dell’ultima poppata di Santiago o delle fuggevoli bramosie di Elisabetta Canalis.
Figurarsi la mia sorpresa quando un sms mi annuncia che mi sono stati scalati 5 euro dal credito (anzi dal conto, paraculi della domiciliazione bancaria!) per essermi iscritto a Celebrity, fantastico abbonamento collegato al sito scoprivip.com!
Rapido giro su internet e scopro che la truffetta la mettono in atto da tempo, con la complicità degli operatori (specie della 3. Sì è la mia, appena cambiata, merci beaucoup) e che bisogna chiamare il proprio gestore per farsela disattivare.
Incazzato come una pigna perché sto anche “partecipando al Concorso ‘i Tuoi Premi’. Rimani attivo almeno 7giorni consecutivi e prova a vincere ogni settimana 1buono acquisto” chiamo la 3 e mi risponde una tizia sarda che cerca in tutti i modi di dissuadermi dal disattivare questa e tutte le future opzioni premium (si chiamano così) che si berranno i miei sudati soldi per dirmi (cosa?) quante pugnette si è fatto Eros Ramazzotti questa settimana.
TS3 (Tizia Sarda della 3): “Noi non possiamo disattivare le opzioni deve chiamare un altro numero”
Io: “Il mio gestore è la 3, le dovete disattivare voi. Sentiamo cosa ne pensa la Polizia Postale di questa truffa?”
TS3: “Ok lei ha ragione. Ma poi non le arriveranno più le notifiche di quando farà operazioni bancarie”
Io: “Eh?”
TS3: “Le arrivano i messaggi per avvisarla quando fa qualche operazione online con la sua banca?”
Io (pensiero): (mmm boh… memoria di merda… che dico ora? Dissimulare, dissimulare!)
Io: “Sì”
TS3: “Bene, se tolgo l’opzione non le arriveranno più. Ci vuole pensare?”
Io: “No, tolga tutto. E dato che le sto facendo un’esplicita richiesta non voglio che succeda mai più che mi si attivino opzioni non richieste da me”
TS3: “Eh ma io posso cancellarle queste, se poi ne escono altre nuove noi che ne sappiamo”
Ma pensa questa crumira aziendalista! e io che ho sempre solidarizzato con i lavoratori dei call center!
Un’ulteriore minaccia di denuncia ed ecco comparire, cavalcando veloci come messi d’altri tempi, gli sms di disattivazione di Celebrity e delle opzioni premium: mi perderò le tredicesima gravidanza di Michelle Hunziker ma credo che sopravvivrò.
Una segnalazione alla Polizia Postale però voglio farla, visto che un sacco di gente ci è cascata e questi ci marciano. Sono un fottuto cittadino modello io, che vi credete?
Vado sul sito, mi iscrivo, password, cavoli e mavoli (per non essere ancora inutilmente scurrile e dire “cazzi e mazzi”) e alla fine… non si può fare le segnalazione! Si può fare per il phishing, per l’hacking (ma che è?) e per la pedofilia. Se volete segnalare altro non si può. Puoi fare una denuncia ma chi denunci, Signorini?
Manco una soddisfazione. Chissà che scarpine indosserà il royal baby per il battesimo…

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La strana faccia dell’amore

Quasi giunto a destinazione, dopo il solito viaggio mattutino, attendo paziente in sella allo scooter che il semaforo su via Nomentana diventi verde. Di lato, nella corsia centrale, il solito ammasso di ferraglia strombazzante; alle mie spalle disordinati cuboidi di metallo guidati da rimminchioniti arroganti; a sinistra, la usuale, disorganizzata, carovana di auto i cui conducenti tre alla volta cercano di immettersi nella stradina laterale davanti a me, terrorizzati dall’imminente rosso. Il quale, infatti, a un certo punto arriva, anche se non pare sia di ostacolo al flusso che continua presuntuoso.
Il semaforo verde indica di muoversi ma per poco non vengo travolto da una spocchiosa signora che pretende per diritto divino di passarmi sopra, malgrado ora dovrebbe rimanere ferma. Ruoto la testa verso di lei e le indico il semaforo per farle capire di stare buonina ma non appena rigiro lo sguardo in avanti mi accorgo dell’utilitaria, anch’essa rossa, immobile al centro della stretta corsia, a pochi centimetri da me. Freno, cerco di spostarmi, giro il manubrio ma l’impatto è inevitabile: la mia ruota anteriore va a sbattere contro il suo paraurti posteriore e lo scooter si inclina, cadendo di lato mentre io rimango in piedi.
Dalla macchina, dopo qualche attimo di esitazione, nel quale il mio primo pensiero è che chi tampona ha sempre torto, scende una signorina magra, piccolina ma ben tornita, coi capelli scuri corti, pantaloni e giacca elegante nera.
“Oddio, che è successo?”
“Niente di che, la tua macchina non ha un graffio, lo scooter invece è distrutto” affermo con enfasi shakespeariana, sperando che non conosca il codice della strada. “Ma che ci facevi ferma in mezzo alla strada?”
“Stavo parcheggiando” fa lei con un filo di voce.
“Dove? E senza freccia tra l’altro”, incalzo, sempre più sicuro di me.
“Sul marciapiede” risponde timidamente.
“E che si parcheggia sul marciapiede?” Ormai è fatta.
“Lo fanno tutti” si giustifica ancora lei.
Mi ricorda una scolaretta beccata a copiare, è ora di sferrare il colpo finale e sparire: “Vabbè dai, non si è rotto nulla…”
“E questi?” dice indicando i cocci del mio specchietto sulla strada.
Che tenera, si sente in colpa. “Non preoccuparti, non fa niente”
(L’ho sfangata, non è una di quei furbetti pronti a fottere il prossimo simulando inesistenti colpi di frusta, ora mi rimetto in sella e maledico per un po’ la vecchia del semaforo, che se la starà ridendo alle mie spalle).
Ma lei, la ragazza, non molla e con il candore più assoluto si mette una mano sui seni tondi, grossi e sodi, le curve perfettamente in vista sotto la camicetta bianca e mi fa: “Oddio, mi batte fortissimo il cuore, vuoi sentire?”
Venti centesimi di secondo di blocco mentale e la fortuna di indossare gli occhiali da sole così che non si intuisca la direzione del mio sguardo.
(Ma come ‘vuoi sentire’? Che faccio ti metto le mani tra le tette? Voglio dire, non che non lo farei molto volentieri ma… dove la metto la mano? E se involontariamente il pollice e l’indice dovessero indugiare su quelle rotondità perfette? E ho i guanti, che faccio li tolgo? Altrimenti non vedo come potrei sentire il battito del tuo cuoricino impazzito… Ma poi, scusa, che si chiede così, a uno sconosciuto, il primo venuto in mezzo alla strada, di metterti la mano sulle tette? D’accordo, ci credo alla tua buona fede, so che sei davvero spaventata ma… cioè, insomma, non posso farlo no? C’è pure la vecchia dietro che controlla tutto…)
E’ il resoconto dei miei pensieri, in ordine sparso, nei rimanenti ottanta centesimi di secondo, lei con la mano sul seno, io lì davanti in bambola completa. Interiormente mi sento come il Tevere dopo il salto all’Isola Tiberina, esteriormente sono una mummia senza emozioni.
“Vabbè dai non è successo niente, non ti preoccupare”, ripeto ancora. Non ho la forza di salutarla, né di guardarla, rimetto in piedi il motorino ancora acceso, mi infilo alla destra dell’utilitaria rossa e la lascio lì, in piedi, con la mano fra le tette.
Nei film, quando un personaggio si allontana in questo modo lirico, spesso guarda con rimpianto l’altra figura farsi sempre più piccola attraverso lo specchietto retrovisore: sarebbe una bel finale e allora provo a farlo anch’io ma, ahimè, non mi riesce poiché il mio (specchietto?) l’ho lasciato lì, per terra. Insieme al mio ego frastornato.

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La multa semovente

Va bene, può capitare di prendere una multa. Rode un po’ ma in fondo è normale. Per me è più che normale, è una prassi. Ma ok, mi lascerò mica demoralizzare dall’ennesimo verbale? Certamente no, anche se certamente sono vinto dalle battaglie pregresse e rinuncio a priori al ricorso. Mi reco all’ufficio postale e pago i miei 85 euro, ripongo la prova dell’ulteriore sostegno economico al Comune di Roma e dormo sonni beati. Finché.
Finché, a distanza di qualche mese, arriva la famosa letterina verde che il postino ha imparato a conoscere e con malcelato compiacimento ormai recapita a casa: verbalino da 109 euro + spese di spedizione + spese nonmegliospecificate, totale 122 euro.
Ma che è? Che ho fatto? Sarà stato quella volta che… O quell’altra in cui… No, aspetta, questo è lo stesso identico verbale che ho già pagato, solo che una mano anonima ha cancellato a penna l’importo di 85 euro e ha riscritto 109, aggiungendo le altre spese.
Ma io il verbale l’ho ricevuto dalle manine ufficiali di un Agente di Polizia Municipale, mica pizza e fichi. Ho saldato il mio ennesimo conto con il corpo dei pizzardoni e ora mi ritrovo a dover pagare ancora? Urge spiegazione.
Mi presento all’ufficio preposto dei vigili e illustro la situazione. Anzi.
“Buongiorno, posso chiedere qui per un verbale?”
“Perché che c’ha?”
“Ho pagato il verbale e me ne è arrivato un altro che bla bla bla…”
Il ciccio in camicia e gilet semimilitare si sporge a fatica spostandosi sulla poltroncina a rotelle ed esamina attentamente i due verbali per 45 secondi.
“Deve andare su all’ufficio della stradale, je lo spiegano loro c’hanno fatto…”
Salgo un piano e entro nella prima stanza che incontro.
“Scusate, cercavo l’ufficio della stradale”
“Perché che deve fa?”
“Riguarda un verbale che mi è arrivato due volte, è qui che posso chiedere?”
“E nun lo so, si numme lo spiega nun lo posso sapé”
Si avvicina, esamina attentamente i due verbali per 45 secondi e poi: “Aspetti qua”.
Non solo è Mister Simpatia, c’ha pure un enorme simbolo della Lazie come sfondo del desktop: sì l’avrete visto, lo scudetto biankazzuro col pollo sopra.
“I verbali sono diversi perché c’è maggiorazione di un terzo per l’orario notturno”
“Sì, ma a me il verbale l’ha consegnato un vigile, se si è sbagliato non è colpa mia”
“Se pensa che c’è un errore può fare un esposto all’ufficio protocollo al piano di sotto”
“E lo penso sì!”
Riscendo le scale e vado dal mio amico sulla poltroncina a rotelle (non era disabile, solo pigro).
“M’hanno rimandato giù, questo è l’ufficio protocollo?”
Lui alza un salomonico indice dietro le mie spalle, così mi giro e mi presento allo sportello.
“Questi due verbali bla bla bla”
Il vigile dietro il vetro esamina attentamente i due verbali per 45 secondi e mi spiega (diciamo tenta di spiegarmi) come compilare l’esposto. Ho fatto di testa mia.
Protocolla come da nome dell’ufficio e mi dà la ricevuta.
Io, che stupidamente pensavo di aver risolto definitivamente il problema, ancor più stupidamente domando: “E adesso?”
“E adesso… se non le arriva nessuna comunicazione è tutto a posto, se le arriva una comunicazione non è tutto a posto”.
Comunicare è importante.

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Sulla naturale regressione verso l’arroganza di certi alternativi da operetta

Flashback.
L’ennesima involuzione di certi personaggi mi ha sconvolto. Eppure dovrei esserci abituato, li ho frequentati molto ai tempi dell’università; a stretto contatto, ritenevo di condividere con essi alcune iniziative su una presunta quanto utopica uguaglianza sociale, frutto in realtà solo della mia dabbenaggine e sprovvedutezza. Il loro habitat, nel quale crescevano e proliferavano spalleggiandosi e riproducendosi, era il quartiere di San Lorenzo, storica roccaforte della resistenza durante la seconda guerra mondiale e per questo, oltre che per una strategica vicinanza alla città universitaria, assurto a quartier generale della “movida” romana (che allora non si chiamava ancora così, Dio punisca chi ha introdotto nelle nostre esistenze anche questa ennesima bruttura fonetica).
Già allora, quando ho capito che non di veri attivisti si trattava, quanto piuttosto di figli di papà che giocavano a fare gli squattrinati – salvo poi rientrare la sera nelle loro benestanti case parioline del papà notaio, avvocato o medico, già col futuro in tasca non appena si fossero laureati – ho cercato di trasformarmi in una goccia d’acqua in quel liquido oleoso e, quindi, di non mischiarmi.
Mi sono ribellato quasi subito al loro passatempo, ai loro “compagno” (ma compagno di cosa? Non siamo Pacciani e Vanni, né tantomeno mi si deve affibbiare un’etichetta che ci riduca a elementi passivi di uno schema più grande, nel quale mi si ritaglia il ruolo di pedina atta ad adoperarsi e compiacere l’oligarchia di turno, sociale, politica, economica o sessuale che sia! Cazzo), per dedicarmi a quelle attività per le quali mi sentivo più affine a loro: calcetto, tresette, vino, rock e altre amenità che non sto qui a menzionare.
Nella mia illusoria e inadeguata visione del mondo, sorretto da un’altrettanto erronea interpretazione della teoria darwiniana (ma quando imparerò a farmi furbo?), ero convinto che quella categoria sociale, così effimera e superficiale, non sarebbe sopravvissuta agli spensierati anni universitari.
Quanto mi sbagliavo! E anche qui, nulla di insolito. Mi domando come si possa passare anni a cercare di capire il mondo e non comprendere di esso mai una mazza…
 
Oggi.
O meglio venerdì sera. Godimento e felicità per un fratello che torna nella nostra vita, moderno figliol prodigo, il quale per festeggiare ci apre la sua casa e l’abbondante meltin pot del quartiere vivace, alternativo e artistoide dove vive: San Lorenzo. Entriamo in uno degli innumerevoli locali che allietano il viavai di una estroversa festa della donna (sulla quale – festa – non spenderò nemmeno una frase, nemmeno un aggettivo… muto e pedalare!). Riempiamo un tavolo all’interno di un ecosistema decisamente chic, musica ambient e luci adeguate, candele che galleggiano su uno strato gelatinoso dentro un barattolo pieno di turaccioli con sovraimpresso il mio cognome (d’accordo, l’ultima immagine non è reale ma parto della mia leonardesca fantasia); se non fosse per l’umidità al 90 per cento, la puzza che qualcuno degli astanti sente (non io, che sembra abbia il medesimo olfatto di un cocainomane) e tutta una serie di mancanze alla sicurezza sui luoghi di lavoro che a me, tartassato da una capa bisbetica pure in qualità di responsabile della salvaguardia dell’incolumità dei colleghi, non sfugge. Ma, soprattutto, ci sono loro: gli alternativi o, come si preferisce definirli ora – dopo la rivoluzione culturale gelminiana – i radical chic. Belli. Eleganti. Sicuri di sé.
Chi può amministrare un posto talmente all’avanguardia da attirare così tanta “bella gente”, come si dice nei luoghi alla moda? Una manica (accezione negativa e romanesca di “gruppetto”, blandonota) di emerite teste di cazzo, obviously. Nella misura addirittura di tre su tre, un bell’en plein. Ma con un paio dei tre gestori che spiccano sul terzo e uno che addirittura si eleva e si libra sugli altri nel suo empireo di arroganza.
Prima prova non appena seduti quando arriva, con barba e capelli ribelli, il ciuffo sudato e anche un po’ ubriaco (Fico! Ma chi è Borroughs, Kerouac? Ci troviamo catapultati improvvisamente nella beat generation?) e, alla richiesta gentile del nostro fratel prodigo di avere da bere, risponde stizzito: “E che te paro ‘ncameriere? Le consumazioni si prendono al bar!” “Beh, stai ritirando i bicchieri da un tavolo, un vigile urbano non sembri”, verrebbe da dirgli. Ma mi trattengo perché poi sei sempre il solito attaccabrighe e bla bla. Nel frattempo ne approfitta per sorridere suadente a tutte le ragazze del tavolo, mentre si porta via i bicchieri con un contegno e un’altezzosità che un cameriere se li sogna!
Accompagno il fratel prodigo al bar dove c’è ancora lui (è ubiquo!) intento a preparare due cocktail. Gli ripete la richiesta e lui: “Mo sto a preparà questi!”. “Ma questo è proprio un coglione!” dico, per fortuna non udito poiché, nel frattempo, senza motivo, si scalda e sbatte sul bancone del bar l’arnese per pestare il ghiaccio. Senza motivo credevo io. In realtà, non appena torna il secondo gestore da chissà dove, un tipo flemmatico e accattivante che sfida umidità e ridicolo con un berretto di lana molto trendy in testa, urla: “Ecco a voi il barman!”, gli fa un applauso e si catapulta dall’altra parte del bancone, tra una biondona alta e radical chicchissima (bisogna ammettere che l’arrogantone aveva i suoi bei motivi per incazzarsi con l’amico svanito nel nulla, probabilmente a fare il figo con qualcuna, come avrebbe voluto fare lui) e la sua amica, baciandole e abbracciandole entrambe, nonché stringendole a sé e al suo ciuffo sudato. Ovviamente – banalità – senza preparare i cocktail che fratel prodigo gli aveva chiesto.
Quello che ha preso il suo posto ha cominciato a preparare invece quelli delle due patate di cui sopra (forse se le stavano litigando! La lotta tra fighi alternativi secondo me deve assomigliare a quella dei leoni nella savana…), con una flemma e un distacco che gli ho subito invidiato. Caricata nella mia voce una dose magnum di gentilezza, ho rinnovato io la richiesta. Quello si è fermato, mi ha guardato per un attimo come si guarda una cacca di cane per la strada e mi ha risposto: “Sì”. Naturalmente non li ha preparati. Dopo altri cinque-dieci minuti di attesa fratel prodigo ci ha riprovato e, ragazzi, stavolta ce l’abbiamo fatta! Non senza che fosse stato disturbato nella delicata opera dal terzo gestore, quello che indossava la maglietta con la cravatta disegnata sopra. Ma quanto state avanti! E quanto sono inadeguato io, rispetto a voi?
Mentre lo psicopatico col ciuffo sudato inseguiva la bionda come un cane la lepre, ne ho approfittato per andare in bagno. Un tizio irrompe nel bel mezzo delle mie cosine, richiude la porta ma poi, quando esco, mi fa: “T’ho rotto i cojoni prima!” Solo che l’intonazione sembrava più: “Coso, ma lo sai che stavi al cesso quando ci dovevo andare io?” Annuisco tra me e me e faccio una risata rassegnata e conscia mentre giro lo sguardo e lo vedo seduto al tavolo, intento a marcare stretto una fighetta radical-jazz-chic.

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Essere o dover essere? Questo è il problema.

Probabilmente ognuno di noi è convinto di scegliere chi (o cosa) essere in toto e senza imposizioni di sorta. Verosimilmente quando compriamo un vestito, guardiamo un serial tv, votiamo per un candidato (o, meglio, per una coalizione) sentiamo di fare una scelta individuale e libera, dettata dal nostro modo di essere. Condizionamenti esterni? Mai! Io ragiono con la mia testa e ho scelto di comprare quelle calze coprenti a fantasia geometrica e di indossarle sotto una mini con le stesse tonalità di mia spontanea volontà! E pazienza se per strada è pieno di donne vestite in modo simile, è un caso, è la moda… si saranno fatte condizionare da qualche rivista o dalla pubblicità. E quanto mi piace Dexter! Non posso as-so-lu-ta-men-te rinunciare a passare la domenica pomeriggio a guardare tutte le quindici puntate una dietro l’altra, sbracato sul divano per mia autonoma e incondizionata scelta.
Finché arrivano quei periodi, scadenze o tappe che ti tolgono un po’ di prosopopea autoincensante e ti costringono a guardare la realtà con occhi più critici. Se poi sommi un periodo no a una tappa imminente (ad esempio una maledetta seconda cifra pari a 0 nel numero dei tuoi anni) chiederti se sei effettivamente quello che vorresti essere (o, meglio, se quello che vorresti essere corrisponde davvero a quello che sei) diventa pressante.
E’ il mio caso.
La saggezza popolare (della quale le madri sono la rappresentazione esatta) recita: “Alla trentina levati da sta vetrina”, intendendo quanto sia inutile, sorpassata la soglia dei trent’anni, affannarsi a cercare un’anima gemella adeguata, data la vecchiezza ormai incombente. Per estensione, a sottolineare l’irrecuperabilità di un qualsivoglia presupposto affettivo degno di questo nome, ai quarant’anni dovrebbe associarsi una frase del tipo: “Alla quarantina affogati nella piscina”?
Non so. Fatto sta che può capitare che dopo una, due, cinque storie (o, se sei fortunato – o sfortunato, dipende dai punti di vista – dieci, venti o cinquanta) non ti riesca ancora di trovare una persona che completi il tuo animo tormentato dalle mille vicissitudini, difficoltà, avventure e ostacoli che – certamente – solo tu vivi!
Rendertene conto alla soglia dei 30 o dei 40 anni (con una insignificante differenza di 10 anni) dipende da quanto è radicata in te quella subdola testa di minchia di Peter Pan. Il quale, ogni volta che sei lì a ragionare e a chiederti se non dovresti, magari, modificare il tuo essere tendendolo verso il dover essere (o, meglio, modificare il tuo dover essere rendendolo più simile al tuo essere), se ne esce con quelle frasette mantriche e persuasive: “Che cazzo ti frega, è pieno di donne, lascia perdere!”; “se lei non fa niente per te per quale motivo dovresti farlo tu?”; “ma non lo vedi che pensa solo ai cazzi suoi, quanto resisteresti a starci insieme?” E tu: “Ma… ma a me sembra che sforzandomi un po’, forse anche lei…” E PP: “Ma quando mai, non lo vedi cosa succede in giro?” E tu: “Ma veramente io…” E PP: “Zitto e pensa a trombare!”  E lì ti toglie ogni possibilità di replica.
A ridosso della quarantina, dopo una, due, cinque storie (o magari dieci, venti o cinquanta) un dubbietto sulla tua capacità di tenerti le persone che hai accanto affiora. Leggermente, impercettibilmente, eh…  E intorno alle tue relazioni personali vedi solo caos.  A questo aggiungi un inizio di anno tranquillo in cui un giorno ti operi, una settimana hai le coliche renali e pensi di morire lì, un altro giorno litighi col tuo capo che ti vuole licenziare, un altro ti si rompe il motorino, un altro un bell’addormentato ti viene addosso e ti distrugge la macchina, un altro trovi la gomma bucata, un altro non ti reggi fisicamente in piedi, un altro… ma quanto cazzo dura sto inizio anno?
A questo punto, secondo logica, potresti davvero pensare all’eventualità della piscina. E, invece, ti guardi allo specchio e, serissimo, cominci a imitare un balletto alla Will Smith in “Hitch”, o a fare smorfie e pose plastiche senza motivo, salvo poi renderti conto improvvisamente di quanto sei stupido e scoppiare a ridere. Da solo, in bagno. Quello sei tu? Stupido e senza testa? E ciò che la società ti impone di dover essere è colui che proprio alla soglia dei quarant’anni deve, per forza, trovare l’anima gemella? O è anche quella una proiezione latente del tuo essere che, a scadenze comandate, viene a darti un rimembrante calcio in culo? E il tuo dover essere coincide davvero col tuo essere (o, meglio, viceversa)? Questo è il problema. 

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about my… music

record

DIECI DISCHI
CHE HANNO INFLUENZATO
LA MIA VITA
james brown "live at the apollo" – 1968
led zeppelin "II" – 1969
grand funk railroad "e pluribus funk" – 1971
guns ‘n’ roses "appetite for destruction" -1987
red hot chili peppers "blood sugar sex magik" – 1991
alice in chains "dirt" – 1992
the the "dusk" – 1993
smashing pumpkins "siamese dream" – 1993
pearl jam "ten" – 1994
gomez "bring it on" – 1998

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