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La laurea e la doccia

Ho una laurea. E un master. Ho carta bianca e mi viene in mente la risposta di Totò in questi casi. Perché mi sono spremuto sui libri, ho cercato di apprendere, di conoscere la storia del mondo, le sue conquiste, il linguaggio per descrivere la realtà. So conversare di molti argomenti, con buon discernimento. E con tutte queste belle cose mi ci pulisco il culo, appunto.
Perché poi arriva un idraulico e vince lui: ti sovrasta e ti piega al suo volere che manco Beyoncé (e non venitemi a raccontare che non vi fareste sovrastare da Beyoncé… e da Shakira insieme! Vabbè, il video di Beautiful Liar mi ha traviato, lo ammetto, specie quando si sbattono entrambe sul muro da sole).
Già ai tempi dell’università avevo capito l’andazzo quando un conoscente, idraulico in pensione, venne a collegare il tubo dello scarico della lavatrice al bidet. Solo questo. Mi fece, parole sue, un “prezzo da amico”: 120 euro. In nero. Dieci anni fa. Per collegare un tubo.
Lì capii che avevo sbagliato tutto e che mio figlio farà l’idraulico o il fabbro. A Roma, naturalmente. Mia figlia farà la signora delle pulizie. E all’età in cui mi sono laureato io, avranno già estinto il mutuo della loro prima casa. All’età che ho adesso, invece, potranno già cominciare a comportarsi come semidèi, inafferrabili e invulnerabili.
Ne ero convinto allora, oggi più che mai. Sentite

La storia della doccia
È una di quelle leggende che racconterò ai miei figli nella culla, come spauracchio e monito. Guai a te se studierai, guai se ti incaponirai a voler fare l’intellettuale e a ergerti culturalmente dalla massa. Alla fine entrerai nel mondo del lavoro e sarai un ingranaggetto sacrificabile, rimpiazzabile e sfruttabile. Farai la fame e dovrai rinunciare a molte di quelle cose che la cultura subdolamente ti ha fatto conoscere, salvo poi non darti la possibilità di poterne usufruire per mancanza di danaro (bello DA-NA-RO, fa molto Senatore Razzi… po-po-po) mentre il tuo amico zappa ignorante dell’ultimo banco avrà casa, macchina e a fianco una bella figa bora e tatuata. Se gli dice bene anche cubista. Ma non divaghiamo.
I muri laterali della doccia di casa mia non sono uguali; uno è lungo quanto il lato sinistro del piatto doccia mentre all’altro mancano 15 centimetri, così il lato destro del piatto rimane vuoto per un pezzetto. Per montare la porta della doccia, dunque, si deve costruire su misura un banalissimo rettangolo di vetro con un montante in alluminio, largo 15 centimetri e alto 185.
A ottobre contatto il tizio che ha fatto gli infissi di casa e gli spiego la questione. “Ma sì te lo faccio, devo solo prendere il materiale… se lo vuoi bianco ce l’ho già in officina” “Ehm no, la porta è di alluminio” “Va bene, lo faccio e te lo vengo a montare… non subito eh, dammi una quindicina di giorni”.
Passa un mese. Lo ricontatto. “Eh no ancora devo ordinare il materiale, cioè se lo vuoi bianco ce l’ho già, facciamo subito”. “Eh no mi serve in alluminio”.
Passa un altro mese e lo vado a trovare in officina. “Come va a Roma? Eh io quando stavo a Roma ne ho fatti di casini, stavo con quel gruppo politico, facevamo questo, menavamo a questi e bla bla” “Sì, guarda, ti ho portato tutte le misure precise e le foto del piatto doccia così puoi… “Certo Roma è un casino, sto sindaco Marino non ci capisce niente” “Ma il pezzo della doccia…” “Statti tranquillo che lo facciamo”
Passano quindici giorni, ormai è il 2016, e chiamo. “No guarda te lo dico chiaramente, siamo stati impegnatissimi con i bonus fiscali per gli infissi, quelli scadono a fine anno”.
Un altro paio di settimane. “Eh si, siamo stati a Roma con mio figlio, proprio vicino a casa tua, siamo venuti a fare un lavoro per una ragazza che abita lì” “E non potevate passare pure da me?” “E sì mo… dammi un po’ di tempo e veniamo”.
Un po’ di tempo? Sono già passati quattro mesi e non hai nemmeno preso le misure! Ma il bello deve ancora venire: “Allora mi fai quel pezzetto? Sto con gli stracci a terra da mesi ogni volta che mi faccio la doccia” “Ah si beh… ora sto sull’Etna” “Dove?” “Sull’Etna, a sciare, siamo arrivati ieri”.
Trovo un altro fabbro, vicino casa. Gli spiego la cosa e lui: “Sì te lo faccio, non ci vuole nulla, oggi è venerdì, a metà settimana prossima ti chiamo e te lo vieni a prendere”. Aspetta che sta per chiamare…
Torno lì il venerdì successivo. “Eh ho avuto da fare, non ho potuto farlo, la settimana prossima”. Torno il venerdì successivo. Lui quasi scocciato. “Eh ho dovuto fare delle cose, non ho avuto tempo! E, anzi, te lo dico da subito che nemmeno la settimana prossima potrò, devo andare a montare delle finestre all’Isola d’Elba. Te lo dico sennò pare che non mantengo la parola data. Io se dico una cosa la mantengo”. Lui se dice una cosa la mantiene.
Cambio l’ennesimo fabbro, questo sta nella via in cui abito. “Senti ma tu li costruisci questi pezzi?” “Io li monto, me li faccio costruire da una fabbrica da cui mi servo. Ti faccio fare un preventivo e domani ti chiamo”. Si, come no. Passano tre giorni e rivado. “Niente preventivo ancora”. Passano altri tre giorni e lo becco per strada: “Ma ti rendi conto di quanti clienti mi fanno perde questi? Ancora non mi danno il preventivo!” Mi figuro quanto ci vuole per la costruzione vera e propria e vado da un vetraio laziale, con tanto di rottweiler in negozio e aria da San Patrignano. Pensavo mi avrebbe ammazzato di botte invece mi ha tagliato su misura un doppio vetro di sicurezza a soli 25 euro. Altri 30 euro li ho spesi da Bricofer per comprare delle aste di alluminio che io e mio padre abbiamo assemblato e un amico ha montato in poche ore, insieme alla porta: dopo sei mesi ho la mia cabina doccia.

La morale è chiara no? Non studiate, imparate un mestiere di questi che ora fanno solo i rumeni e fate un pacco di soldi. Non siete ancora convinti?
Parliamo dei condizionatori, allora. Idraulico “di fiducia”, as usual. Lo chiamo e lui: “Sì, che problema c’è?” (ma perché, perché dite che non ci sono problemi e che potete fare un lavoro se non è così? Dichiarate semplicemente “non posso” o “non mi va” o “mi stai sul cazzo”… qualsiasi cosa ma che sia vero!)
Vado a comprare i condizionatori e il motore, che mi piazzo in casa, e poi comincio la tiritera solita: “Chiamami la settimana prossima e prendiamo appuntamento per montarli” Chiamo. “Eh no, sta settimana non posso, ma la prossima non ci sono problemi”. La successiva. “No guarda, non questa settimana, manco l’altra ma quella dopo chiamami che prendiamo appuntamento”. Passano altre due settimane. “Allora ok, ci vediamo venerdì e montiamo”. Giovedì pomeriggio la sua telefonata: “No guarda, non c’ho il ragazzo per domani, dobbiamo rimandare… a quando? Mercoledì 23 alle 8 di mattina sto da te. Ci sentiamo lunedi per conferma”.
La “conferma”: altro incubo da far accapponare la pelle; ti dicono “sì ma per sicurezza ti richiamo per conferma”. E indovinate un po’? Lunedì chiamo: non risponde. Martedì chiamo, non risponde. Mando un sms: “Ciao, mi dici se è confermato per domani perché devo anche prendermi il giorno al lavoro?” Nessuna risposta.
Fiducioso fino alla fine, con le lacrime agli occhi, mercoledì mattina (stamattina) mi sveglio all’alba per essere pronto nel caso alle 8 il signor idraulico suonasse alla mia porta. Edicola, colazione e poi attesa. Attesa. Alle 9 mi avvio mestamente verso il lavoro. I condizionatori sono ancora lì a terra, da un mese.
Non studiate, ve lo ripeto, sarete solo gli schiavi di altri schiavi repressi del terziario. Piuttosto, diventate semidèi.

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The Hateful Eight e il fastidio dei moralisti

Adoro il modo in cui Tarantino disturba i benpensanti, specie i radical chic che sgomitano per un posto in prima fila tra i fan di uno dei registi cult dell’ultimo ventennio. Nei suoi film le donne vengono chiamate “bagasce”, i neri “negri” o “tizzoni”, i bianchi “bifolchi” o, semplicemente, “pezzi di merda”. E loro, gli spettatori, ridacchiano, si adeguano ma, contemporaneamente, si muovono sulla sedia cercando di soffocare quel pizzicore profondo che li infastidisce e sul quale non possono scatenare il loro moralismo a gettone.
Lui, il regista, se ne frega e va avanti per la sua strada, spiazzando e prendendo in giro con l’ironia geniale dei suoi dialoghi e con la perfezione stilistica dei suoi personaggi, eccezionali nella costruzione e nei dettagli, così come nella recitazione; a tale proposito, è Tarantino che riesce a tirare fuori il meglio da ogni attore con la sua maniacale accuratezza o è solo bravo a circondarsi di interpreti fuori dal comune? Probabilmente sono vere entrambe le affermazioni ma che Quentin riesca a sublimare la bravura intrinseca di ogni attore è fatto noto; basti pensare alla resurrezione di Travolta ma anche a Brad Pitt innalzato, per fortuna, a ruoli diversi dal “moglio” o dal belloccio semitenebroso fino ad arrivare a una Jason Leigh finalmente bagascia: una strega insanguinata, bugiarda e meravigliosa. Michael Madsen, Tim Roth, Samuel L. Jackson e Leo Di Caprio no, loro sono eccezionali a prescindere dalla regia. Specie Leo. Dai che lo vinci.
La Laura Boldrini o la Dorina Bianchi della situazione spingerebbero, attraverso l’indignazione, l’idea di presunta uguaglianza sociale – o di genere -, in virtù di un dettato divino (in senso lato) calato dall’alto, stile tavole della legge. Per tutta la durata di The Hateful Eight, al contrario, il maggiore nordista Warren viene chiamato “negro” da un generale della Georgia e dal presunto sceriffo sudista, giustamente. Giustamente perché è questo quello che succede(va) nella realtà. E Tarantino innalza tutto con la sua classe descrittiva: “Generale, vuole davvero parlare con questo negro?” “Secondo gli yankee questo è un paese libero…” Geniale. Epocale. Attraverso i dialoghi sottili e graffianti vengono rivelate (ai più attenti e ai meno moralisti) circostanze sociali tangibili e, in questo modo, si viene spinti inconsciamente a parteggiare per il giusto. Come e più che nei film di Van Damme e di Seagal vince la Giustizia tra gli otto odiosi (che poi sono nove ma vabbè… O.B. non è odioso). D’altronde già in Pulp Fiction (prima che diventasse un cult) Tarantino si era dovuto difendere da chi lo accusava di essere troppo violento, non avendone capito l’ironia (“Stupids!”).
Ma H8 è di più, è il più tarantiniano dei western: le inquadrature in campo lungo che si stringono con sofferente lentezza, i due personaggi incastonati nel riquadro della porta del fienile, il particolare delle froge dei cavalli fumanti dal freddo e le parole, centinaia, migliaia di apparentemente inutili parole che invece descrivono i personaggi; e attraverso essi stessi, e non le loro azioni, si districa la trama, così teatrale e solo apparentemente immutabile.
Non basta? Aggiungete quel genio di Morricone che l’ha fatto di nuovo: non si capisce come faccia ma lo fa. Quella musica ipnotica ti marchia a fuoco già dalle prime inquadrature, con il Cristo di legno perso nel bianco della neve e quella carrozza in lontananza che si avvicina e si avvicina e si avvicina.
Secondo MyMovies The Hateful Eight è una “formidabile opera minore”: una definizione bellissima ma che non mi trova d’accordo. “Bastardi senza gloria” lo è, “Grindhouse” lo è sicuramente, forse “Jackie Brown” ma solo se paragonato a quei capolavori di “Pulp Fiction” e “Le Iene” che lo precedono. H8 no, è un filmone. Un po’ straniante certo, perché prima ti coccola e ti mette a tuo agio e poi ti disturba. Ma solo se sei un benpensante.

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Corna e piadine, gli AC/DC in salsa romagnola

Com’è attendere qualcosa per 6 mesi? Come un bambino che si aspetta il balocco per Natale (balocco!?!)? Come l’adolescente (ormai pre) che attende lo smartphone dopo gli esami? Come un verginello che freme per non essere più verginello? Magari non così esagerato, ma il concerto della band in attività più famosa e cazzuta dell’hard rock non è cosa di tutti i giorni. Biglietti comprati a dicembre a quasi 100 euri, viaggio organizzato per l’8 luglio. Organizzato poi… insomma.
Ferie prese. Panini e zainetto preparati la mattina stile gita scolastica. L’Umbria tagliata come un cocomero col suo verde (naturale) e rosso (politico). I semi (paesi). Il pullman sull’autogrill della E45 carico di giovinotti con magliette cornate e fulminate. La nebbia sull’appenino tosco-emiliano, quando nel resto d’Italia fa quattromila gradi. La fila all’uscita autostradale di Imola, 6 chilometri da sud, una decina da nord. Invasione delle cavallette nere, 92000 insetti vs 70000 residenti. “Boia d’un mond leader, coss’è sto burdell?”
Colpa degli AC/DC: la leggenda.
La meritata birra dopo aver parcheggiato scatta in un bar vicino la stazione che ha due entrate: una sulla piazza e l’altra, opposta, sulla strada. Il barista tatuato parla proprio come la pubblicità del Maxibon, “du gust is megl che uan”; in sottofondo la radio manda, manco a dirlo, You shook me all night long degli onnipresenti usurpatori di qualsivoglia spazio libero imolese: gli AC/DC. Ma alle pareti c’è la foto di un gruppetto anzianotto e folk, tipico della Romagna mia stile Casadei ma molto più Casareccio: che accostamento singolare.
E non è l’unica situazione singolare che accade mentre la Peroni romagnola cala veloce e decisa nei nostri stomaci eccitati dall’atmosfera, tale e quale a quella dei bar molisani. Entra un tizio coi capelli legati e uno zaino in spalla dalla porta che dà sulla strada, attraversa il bar come se fosse un sottopassaggio qualunque, senza fermarsi ma non senza aver rivolto la parola al barista-maxibon: “Il bassista degli AC/DC si è rotto un braccio, hanno chiamato me per rimpiazzarlo”. Il tempo di guardarci negli occhi, spaesati e nervosi, e il capellone è già lontano nella piazza. “Lui è stato il bassista dei Litfiba” chiarisce Maxibon “è bravissimo”. I nostri occhi spaesatissimi… ma in Romagna la realtà è un po’ meno greve del resto del mondo?
Ci avanza un biglietto; costo originale 92 euro circa, se entriamo non ci servirà più ma per fortuna attorno all’autodromo pullula di bagarini e venditori di birre. Tutti napoletani. Cos’è, un mestiere che si tramanda, come al Circo Orfei? O c’è una particolare attitudine nell’aria laggiù, come per i corridori keniani? “T pozz rà 15 eure o ci vac a perde” Eh? Per 15 euro lo metto sul frigorifero con una calamita acquistata all’uopo. Lo venderemo a 40.
Emozione nell’emozione camminare sull’asfalto dell’autodromo dove si posizionano le monoposto alla partenza, tra le strisce della pit lane di Formula Uno. Nella enorme arena c’è di tutto, umanità la più svariata e personaggi di differenti estrazioni culturali, sociali e soprattutto musicali. Genti a perdita d’occhio che, col calar della sera, formeranno una scenografia emozionante e mozzafiato con le loro corna illuminate di rosso, minuscole lucciole porno intervallate ai flash e alle luci degli smartphone a immortalare… sì, soprattutto l’astronave di inizio concerto, You Shook Me… delirio per le pulzelle, la campana di Hells Bells, il graffiante riff di Back in Black, i cannoni di We Salute You. In quei momenti i cineasti sono al culmine, mentre si segue Angus Young che tiene da solo l’enorme palco con le sue mani frenetiche e la solita sensazione di accostamento singolare tra le dita impazzite dell’intro di Thunderstruck e quella fede all’anulare così rassicurantemente giovanardiana.
Shoot to Thrill arriva troppo, troppo, presto, rammarico enorme… occorrerà consolarsi sfogando fiumi e fiumi di rabbia repressa su Shot down in flames, Have a drink on me e TNT, una via l’altra. Anche i più sbruffoni, ringalluzziti da giochi di sguardi, si ritirano alla chetichella: non è il caso di disturbare Signora Veemenza quando erutta.
Lo so, hanno sessant’anni; lo so, sono una leggenda; lo so, non sbagliano una nota, un attacco, un assolo nemmeno se gli fai il solletico da dietro; lo so, non servono fronzoli o infiorettature tanto balli, canti e sudi che manco Irene Cara. Però quella sensazione di preconfezionato resta: un tour mondiale con la stessa scaletta, gli stessi bis, gli stessi assoli, le stesse mosse, gli stessi metri percorsi in duck walk e lo stesso numero di giri sulla schiena a maggiolino di Angus. È vero, in teatro si fa così, ma l’imponderabilità del live? Che anche se dovessi cedere al maledetto smartphone che ti dice esattamente cosa faranno e quando lo faranno non varrebbe nulla perché tanto gli artisti lì, su quell’enorme palco cornuto, fanno come gli pare e stravolgono lo show?
Va bene, forse esagero nel puntiglio, d’altronde loro sono australiani e non hanno la leggerezza onirica della realtà romagnola. Infatti. Ore due di notte, Imola sonnecchiante accoglie ancora sparuti gruppi di rockmaniaci sulla via del ritorno. Sul pavé della via Emilia, deserta e silenziosa, illuminata dal giallo acido dei lampioni, tra i palazzi del centro storico, spunta un vecchietto, col suo passo lento e cadenzato, si ferma davanti a noi e fa: “Laggiù vendono i cornetti a 60 centesimi… e anche da bere costa pochissimo”. Indica con il braccio alle sue spalle e va via. Stringiamo gli occhi ma non scorgiamo altro che case, pavé, lampioni gialli e qualche sparuto rockettaro. Null’altro. Allora ci giriamo dietro di noi ma il vecchietto non c’è più. Federico, dove hai nascosto la cinepresa?

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La guerra delle barbe

Ormai sfioro un’età veneranda, questo è noto. E se a diciassette anni mi crucciavo di apparire 5 anni più giovane (ma quale adolescente te la dà se sembri suo fratello delle medie?) col tempo mi sono beato degli anni in meno dimostrati e ne ho approfittato beceramente finché ho potuto. Ma prima o poi tocca smettere. Prima o poi la veneranda bisogna dimostrarla tutta. Se non altro per non rimorchiare ventenni.  E dunque ho seguito la moda. Quella degli uomini italiani del 2014, tutti improvvisamente e inevitabilmente colpiti dalla sindrome della barba. Mi sta bene, mi fa uomo. Ma tutti quegli anni a cercare di sembrare diverso dalla massa allora? Niente, persi nella peluria folta e a tratti pure bianca.
Per festeggiare quest’orgia di banalità e conformismo ho deciso di andare a vedere uno dei gruppi indie più cool del panorama italiano (ma lo sentite come cazzo parlo ormai?), uno di quelli che ho sempre detestato e che non ho mai voluto nemmeno ascoltare. Vabbè diciamola tutta: non ho deciso, mi ci hanno costretto. E questo gioca a mio favore. Ero però al loro secondo concerto. E questo NON gioca a mio favore. Per convincermi ad andare al primo concerto mi hanno aiutato a dipingere il bagno di casa nuova. E questo gioca a mio favore. Stavolta non ho ottenuto nulla in cambio. E questo NON gioca ancora una volta a mio favore. 2 a 2, come nel derby. Selfie time. Uccidetemi.
Ci presentiamo al suddetto concerto con largo anticipo e facciamo pure una discreta fila. Incredibile quanto seguito. Ok la smetto con questa suspence alla Gerry Scotti: sono andato a vedere i Nobraino. Shame on me. Forever and ever.
Comunque, una volta scuciti i 10 euri più inutili della mia vita entro e nell’ex Alpheus (dove ho passato memorabili serate universitarie e che ora si chiama tristemente Planet) è tutto un fiorire di radicalsciccheria che manco al concerto dei Nobraino! Ah già… Vabbè, in ogni caso, in un clima tropicale, tra fauna da sauna, lo stile era obbligato: cappello a falde – portato anche dentro e adatto a tutte le occasioni (ovvero per i nobraini e Mannarino) – e barbe. Barbe ovunque. Barbe fluttuanti tra le palle colorate pendenti dal soffitto del Planet ex Alpheus. Barbe che bevono birra. Barbe con gli zaini a tracolla. Barbe accompagnate da fichette evidentemente attratte dalle barbe. Barbe che si sfiorano e si toccano e. Barbe che ballano, cantano e se ne fregano, col mento in su! Come sono cambiati i tempi! Un pensiero prepotente alla Rettore si insinua nella mia mente durante le esibizioni teatrali e fintamente sopra le righe di Freddy Krueger (d’accordo si chiama Lorenzo e nel cognome manca la e ma è comunque un incubo per me, con quella sua arroganza sbandierata ai quattro venti che invece di raccogliere sputi fa il pieno di ovazioni)… Donatella, dicevo, pensaci tu: dammi una lametta che mi taglio le vene! No, no, voglio morire imberbe, come nella scenetta che i nobraini ripetono minotauricamente ad ogni loro concerto: dammi una lametta che mi taglio la barba… Popo popo popo popo popopopò… E poi pure le vene, certo!
I ragazzi sul palco sono bravi tecnicamente. I musicisti sanno il fatto loro. Ma hanno un handicap o una risorsa, a seconda di come la vedi: sempre lui, il Kru(e)ger che scimmiotta il mondo sul palco a modo suo, fregandosene di tutto e di tutti… peccato che probabilmente tra i tutti siano ricompresi anche i suoi fan accalorati e il suo gruppo assimilabile a uno composto da turnisti. Sì, ci sono in mezzo anch’io ma la cosa è reciproca e quindi non mi tange. Lorenzo Kruger se ne fotte delle barbe! Come stai avanti, ragazzo mio.
E’ tardi. Il concerto, dopo ben due ore di poesia incomprensibile e di musica suonata bene ma che non arriva dove dovrebbe arrivare, scema (e non parlo della pugliese che si dimena con le amiche su Bifolco). L’unica cosa che mi rimane in mente, impressa, marchiata a fuoco, indelebile è l’accenno del riff di Settle for Nothing dei Rage Against The Machine che il chitarrista accenna mentre Freddy rasa il malcapitato/ coglione di turno. Chitarrista birichino… e pensare che ti chiami Nestor(e), come il cavallo del film di Sordi. No, la barba non mi ha cambiato, sono il solito sociopatico. Evviva.

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My funny Valentine (‘s day)

Malgrado sia (giustamente) disprezzato e bistrattato, il giorno di San Valentino non può passare inosservato. Ti costringe in ogni caso a porre la tua attenzione su ciò che dovrai fare quella sera: passarla con il partner, struggerti per averlo perso, ragionare sulla tua condizione di single. Ecco quello che è capitato a me, ma devo prenderla un po’ alla lunga.
Il 23 dicembre parcheggio regolarmente il mio scooter nel garage dopo il lavoro e, il giorno successivo, parto per le ferie. Il 7 gennaio mattina vado per metterlo in moto ma non parte. Dopo svariate peripezie, con meccanici di ogni risma, lunghe quasi un mese e mezzo, e di cui vi faccio grazia, il motorello si scopre essere misteriosamente fuso. Prostrato da giorni e giorni di macchina nel traffico di Roma mi affretto a fare le pratiche per la patente A (le peripezie per la quale anche vi risparmierò ma sappiate che ci sono) e a comprare un altro scooter che trovo a tempo di record e di cui riesco a fare il passaggio di proprietà proprio il 14 febbraio. Poi torno a casa in macchina, non prima di essermi messo d’accordo col meccanico che lo ha in custodia per andarlo a prendere il giorno dopo, sabato, anche se l’officina è chiusa. Me lo lascerà fuori, debitamente incatenato grazie alle seconde chiavi che gli lascio e che, a detta del padrone, contengono anche quelle della catena.
Tornato a casa dopo la solita ora e mezza di traffico, cerco di riposare e nel frattempo penso a cosa farò del mio San Valentino. Mentre sono intento in questa meritoria opera squilla il telefono, verso le 19,30. E’ il meccanico che non trova le chiavi della catena e quindi mi avverte che mi lascerà lo scooter appena comprato per centinaia  e centinaia di euro fuori, con un legaccio finto che dovrebbe a suo dire dissuadere i ladri.
Devo andare a riprenderlo stasera stessa, è il mio primo pensiero. Il fatto è che vivo nella periferia di una città costruita su misura per i privilegiati che vivono in centro e che, quindi, della periferia se ne strafotte. Raggiungere il centro, dove si trova lo scooter, è praticamente impossibile. O quasi. Rapido consulto delle varie app di trasporti e pare che si possa arrivare in solo un’ora e 8 minuti (!) prendendo un autobus poi un autobus poi una metro e poi a piedi. C’è indicata anche l’ora, le 20,21, in cui passerà il mezzo vicino casa. Incredulo mi precipito fuori e attendo. Ovviamente all’ora prevista non passa un piffero. Cambio fermata, sempre con l’occhio sulle app trasporti di Roma e cambio pure il percorso, questo è: autobus, treno, metro, scarpe. Dopo una ventina di minuti vagando tra una fermata e l’altra in attesa del primo mezzo disponibile, come un cacciatore di anatre, ecco spuntare un autobus che mi porterà alla stazione del treno; e pazienza se non ho potuto fare il biglietto, essendo tutto già chiuso, lo farò in stazione. Ho dieci minuti prima che passi il treno. Per fortuna l’autista pare abbia una donna in caldo nel letto che lo aspetta (è pur sempre San Valentino!) per quanto guida veloce e arriviamo in un attimo ma… alla stazione le macchinette sono rotte e i bar chiusi. Niente biglietto. Poco male, ma già sento un brividello percorrermi la schiena di quelli che mi avvertono che la serata non sarà facile. Solo per questa sera, non so perché, tra la stazione di partenza e la Stazione Tiburtina, dove devo arrivare, hanno aggiunto una fermata intermedia, Stazione Prenestina. Salgo sul treno e controllo l’orario, tra 10 minuti sto a Tiburtina. Ma. Dal vetro del corridoio vedo il controllore che si avvicina chiedendo i biglietti. Come glielo spiego che non avevo modo di farlo? Comincio ad allontanarmi da lui con nonchalance andando verso il fondo del treno che però è semivuoto e quindi il tipo fa prestissimo a controllare. Sono arrivato all’ultimo vagone e lo vedo avvicinarsi sempre più. Opzione A: mi chiudo in bagno… ma è il primo posto dove ti aspettano. Opzione B: gli vado incontro e dico che lo stavo cercando per fare il biglietto… ma non regge perché dovrei spiegargli come mai per cercarlo sono andato verso l’ultima carrozza e non verso la prima. Il tipo si avvicina, apre la porta dell’ultimo scompartimento che ci separa e… il treno si ferma a Roma Prenestina! Lui torna indietro e io scendo al volo. La desolazione della stazione alle 21,30 di un cazzo di San Valentino di merda ve la lascio immaginare. Faccio una decina di minuti a piedi, compro finalmente il biglietto e vado a prendere il tram sulla Prenestina. Aspetto un po’. Arriva un 5 che non va verso i Parioli ma basta fare un pezzetto a piedi verso lo scalo di San Lorenzo e si possono prendere sia il 3 che il 19. Risparmierò tempo, credo ingenuamente. Salgo e arrivo a Porta Maggiore: sono le 21,30. Mi giro e… il 19 mi passa di fronte. Davanti a lui il 3. Cazzo. San Valentino bastardo. Attendo altri 20 minuti alla fermata prima che un 3 si degni di ripassare, salgo e devo sorbirmi le stronzate di un tipo al telefono e di altri personaggi che compaiono e scompaiono dal mio campo visivo come in un film. Dopo quasi due ore di corsa dietro i mezzi sto per addormentarmi e devo sembrare parecchio patetico agli occhi di questi damerini universitari che stanno ora uscendo di casa per la loro serata sentimental andante. Scendo dal tram, altri 10 minuti a piedi ed ecco come un miraggio lo scooter davanti all’officina.
Viaggio di andata: 2 ore e 3 minuti. Viaggio di ritorno: 23 minuti circa. Totalmente stravolto non ho capito come si accendevano i fari quindi sono tornato a casa al buio, convinto che non funzionassero. Il giorno dopo ovviamente sono riuscito ad accenderli. Ma il giorno dopo non era più San Valentino.

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The rise and fall of Kebab Stardust

Non è più possibile negare che nel quartiere di San Lorenzo a Roma giri la droga. Tanta, tantissima e pesante. Talmente tanta che ormai permea l’aria e inquina ogni cosa. Anche i kebab. Insomma, ditemi se un kebab non è palesemente drogato quando uno passa per San Lorenzo, si prende una piadina al volo per cena, va a dormire e sogna questo.

Festival di Sanremo. Sul palco del teatro Ariston si esibiscono ballerine travestite da suore, stile Sister Act; nelle tonache al posto del nero c’è l’azzurro oltre alla immancabile cuffietta bianca con i lembi dritti ai lati; finisce il balletto e la telecamera va sull’étoile, nientepopodimeno che… Marvin Gaye: nero, sudato, affannato, sorridente e con la barba!
Ma questo è solo l’inizio perché l’ospite più importante deve ancora arrivare. Lo presenta Mike Bongiorno, in una veste insolitamente poco fastidiosa e senza pronunciare “allegria”: dopo un altro stacchetto con tazze giganti color pastello ammucchiate che si elevano una ad una a liberare un oggetto alto circa mezzo metro coperto da un telo, il presentatore introduce l’ospite come uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, toglie il telo e… allegria! sotto c’è David Bowie.
Beh non proprio lui, un televisore a led sagomato esattamente come il suo busto, Videodrome in collegamento da New York. La sagoma di Bowie, rilassata, fuma una sigaretta con le gambe accavallate.
Convenevoli di rito.
Applausi.
Giubilo.
Mike Bongiorno: “Ti ricordi di quel matrimonio in Calabria a cui abbiamo partecipato insieme?”
David Bowie (sorprendentemente non gli chiede di cosa si è fatto ma annuisce…): “Ahaha certo!”
MB: “Fantastico…”
DB: “Vi racconto un aneddoto su quella giornata, se volete”
MB (entusiasta): “Come no, prego!”
DB: “Ecco, c’era il testimone dello sposo (il sogno a questo punto propone immagine del testimone: un contadinotto tarchiatello, alto e coi capelli neri impomatati, vestito come si vestono i contadinotti calabresi ai matrimoni) che mi si è avvicinato, mi ha guardato e mi ha chiuso un bottone del cappotto mentre, a mo’ di insegnamento, mi redarguiva: Non si porta così!”
Grasse risate di Mike Bongiorno che nel frattempo si è portato in una saletta stile Discoring e si è trasformato in un presentatore inglese che io non conosco ma tutti i presenti sì. Grasse risate di David Bowie al pensiero di qualcuno che gli insegna come vestirsi. Grasse risate del pubblico.

Probabilmente, presumo, grasse risate pure del kebabaro di San Lorenzo. Mamma, è vero quello che dicono: appena ti giri un attimo ti mettono la droga nella carne!

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Tieniti la panza

Da tempo immemore vado predicando che non bisogna andare contro la propria natura né tantomeno contro il destino. Come diceva Schopenhauer, il destino mescola le carte e noi possiamo solo giocarle.
Ogni tanto però mi capitano quelle botte di avventatezza/imprudenza e faccio cose riprovevoli: tipo comprare un coupon con un buono sconto per iscriversi in palestra 3 mesi.
Io in palestra? Non solo ho sempre odiato il fitness, i fissati della palestra, il loro abbigliamento, i loro discorsi, le trombate clandestine tra coniugati/e, gli istruttori monotematici ma anche l’idea stessa della palestra, indissolubilmente legata all’apparenza, nemica giurata della sostanza, faro della mia esistenza. Se scrivo un altro termine in –enza Schopy mi si rivolta nella tomba quindi termino il concetto qui (non ho usato la parola “desinenza” apposta).
Sì, sulla palestra sono intransigente. Ero intransigente, meglio dire. L’età avanza e aumenta la panza (ma quanto rimo oggi!). Per uno che a 25 anni pesava 53 chili e contava sette-otto ossa della cassa toracica in bella vista, essere diventato una specie di Renault Megane, col baricentro spostato e il culo in pizzo per via del peso anteriore (della pancia!) è uno sconvolgimento non da poco… così come vedere quegli enormi numeri col 7 davanti sulla bilancia.
Dunque eccomi munito di tagliando LetsBonus telefonare timoroso alla palestra Fruit&Fitness di Roma (ma che minchia di nome è poi? Che c’entra la frutta? Sarà per sottolineare il salutismo?) non prima di aver impiegato due ronde per scoprirne l’entrata, una scaletta in su tra un portone e un negozio che manco un centro massaggi cinese.
Al telefono Isabella, dopo 6 secondi di convenevoli, spinge già per l’abbonamento annuale ma devo informarla sulla mia pigrizia cronica e sul mio non aver mai messo piede in palestra (“mi fai vomitare tu e la tua palestra del cazzo, Signora dell’apparenza, piena di te a riempire il vuoto del tuo essere!” D’accordo, questo non gliel’ho detto, anche perché non mi pareva coerente), due fattori che mi sconsigliano un impegno così prolungato. “Fammici pensare” “Ok passa lunedì e parli con l’istruttore”. L’istruttore. Che brutta fine…
Fatto sta che lunedì 16 settembre mi presento e scopro, per farla breve, che il mio coupon era valido fino al giorno prima, domenica.
“Ma io vi ho chiamato apposta prima e voi mi avete dato appuntamento per oggi” protesto.
“Sì, ma dovevi dircelo” ribattono.
“E io che cosa ne sapevo se non me lo dite?” Nemmeno questo ho detto, chiedendo invece come si potesse supplire al disguido.
“Provo ad attivartelo, ora chiamo LetsBonus. No anzi lo faccio dopo, lasciami il tuo numero e ti richiamo”
“Ok”.“Cià”.
Passa un giorno, due. Una settimana. Dieci giorni. Ritorno da FandF ma Isabella non c’è e l’altra tipa cade dalla nuvole: “Facciamo una cosa, lasciami il tuo numero e ti faccio richiamare”.
Questa cosa l’ho già sentita. Passa un giorno, due. Una settimana, dieci giorni. Torno da FeF e stavolta Isabella c’è.
“Ricordami un po’ il problema…”
“Telefonato, prima, letsbonus, sìsì, attiviamo, uno-due-sette-dieci e così via”
“Eh ma abbiamo avuto un sacco da fare”
“Sono passate tre settimane!” (faccio segno tre con le dita interne della mano come gli americani, hai visto mai che comprenda meglio…)
“Non posso attivare il tagliando”
“Ma allora dato che non posso allenarmi chiedo un rimborso”
“Non posso dartelo, io non ho ricevuto i tuoi soldi”
“Come? E a chi li ho pagati io?”
“Chiedi a LetsBonus”
Cazzo, allora non siete solo apparenza, coi soldi la sostanza viene fuori.
Contatto via mail LetsBonus che dopo aver un rapido consulto mi fa una proposta accettabile: ti rendiamo i soldi sotto forma di credito e ci scusiamo tanto.
Già mi stavo informando su come spenderli quand’ecco la seconda mail di LB: non possiamo fare seguito alla nostra comunicazione precedente in quanto il suo tagliando risulta attivato in data 16 ottobre.
Era il 15. “Gentilissimi, il 16 ottobre ancora non è arrivato”
“Ci scusiamo era il 16 settembre, cordialissimi e caldissimi saluti”
Il 16 settembre? Ovvero il giorno in cui sono andato la prima volta in palestra?
“Egregio LB, non mi sono mai allenato perché il tagliando non era attivo, cosa che mi è stata confermata anche 3 settimane dopo. Mettiamo onorevolmente fine a questa situazione penosa e mi rifate la prima proposta di rimborso?”
Dopo un paio di giorni (tempo trascorso tra una mail e l’altra) LetsBonus Servizio Clienti Caso # 12220164 [ ref:_00DA0HjId._500F0HdRxp:ref ] mi risponde che la mia pratica è attualmente in gestione presso il dipartimento compente.
E voi chi minchia siete? Verrebbe da chiedere.
Dopo un altro paio di giorni mi arriva un’altra mail con lo stesso messaggio. Sapete tipo quando ti mettono in attesa: “i nostri operatori sono momentaneamente occupati, ci scusiamo per il disagio”. Solo che al telefono lo dicono ogni 30 secondi, qui ti mandano una mail ogni tre giorni.
Sto ancora aspettando una risposta definitiva, nel frattempo non trovo nemmeno un’immagine di Schopenhauer con la panza… e questo mi indispone.

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