Tieniti la panza

Da tempo immemore vado predicando che non bisogna andare contro la propria natura né tantomeno contro il destino. Come diceva Schopenhauer, il destino mescola le carte e noi possiamo solo giocarle.
Ogni tanto però mi capitano quelle botte di avventatezza/imprudenza e faccio cose riprovevoli: tipo comprare un coupon con un buono sconto per iscriversi in palestra 3 mesi.
Io in palestra? Non solo ho sempre odiato il fitness, i fissati della palestra, il loro abbigliamento, i loro discorsi, le trombate clandestine tra coniugati/e, gli istruttori monotematici ma anche l’idea stessa della palestra, indissolubilmente legata all’apparenza, nemica giurata della sostanza, faro della mia esistenza. Se scrivo un altro termine in –enza Schopy mi si rivolta nella tomba quindi termino il concetto qui (non ho usato la parola “desinenza” apposta).
Sì, sulla palestra sono intransigente. Ero intransigente, meglio dire. L’età avanza e aumenta la panza (ma quanto rimo oggi!). Per uno che a 25 anni pesava 53 chili e contava sette-otto ossa della cassa toracica in bella vista, essere diventato una specie di Renault Megane, col baricentro spostato e il culo in pizzo per via del peso anteriore (della pancia!) è uno sconvolgimento non da poco… così come vedere quegli enormi numeri col 7 davanti sulla bilancia.
Dunque eccomi munito di tagliando LetsBonus telefonare timoroso alla palestra Fruit&Fitness di Roma (ma che minchia di nome è poi? Che c’entra la frutta? Sarà per sottolineare il salutismo?) non prima di aver impiegato due ronde per scoprirne l’entrata, una scaletta in su tra un portone e un negozio che manco un centro massaggi cinese.
Al telefono Isabella, dopo 6 secondi di convenevoli, spinge già per l’abbonamento annuale ma devo informarla sulla mia pigrizia cronica e sul mio non aver mai messo piede in palestra (“mi fai vomitare tu e la tua palestra del cazzo, Signora dell’apparenza, piena di te a riempire il vuoto del tuo essere!” D’accordo, questo non gliel’ho detto, anche perché non mi pareva coerente), due fattori che mi sconsigliano un impegno così prolungato. “Fammici pensare” “Ok passa lunedì e parli con l’istruttore”. L’istruttore. Che brutta fine…
Fatto sta che lunedì 16 settembre mi presento e scopro, per farla breve, che il mio coupon era valido fino al giorno prima, domenica.
“Ma io vi ho chiamato apposta prima e voi mi avete dato appuntamento per oggi” protesto.
“Sì, ma dovevi dircelo” ribattono.
“E io che cosa ne sapevo se non me lo dite?” Nemmeno questo ho detto, chiedendo invece come si potesse supplire al disguido.
“Provo ad attivartelo, ora chiamo LetsBonus. No anzi lo faccio dopo, lasciami il tuo numero e ti richiamo”
“Ok”.“Cià”.
Passa un giorno, due. Una settimana. Dieci giorni. Ritorno da FandF ma Isabella non c’è e l’altra tipa cade dalla nuvole: “Facciamo una cosa, lasciami il tuo numero e ti faccio richiamare”.
Questa cosa l’ho già sentita. Passa un giorno, due. Una settimana, dieci giorni. Torno da FeF e stavolta Isabella c’è.
“Ricordami un po’ il problema…”
“Telefonato, prima, letsbonus, sìsì, attiviamo, uno-due-sette-dieci e così via”
“Eh ma abbiamo avuto un sacco da fare”
“Sono passate tre settimane!” (faccio segno tre con le dita interne della mano come gli americani, hai visto mai che comprenda meglio…)
“Non posso attivare il tagliando”
“Ma allora dato che non posso allenarmi chiedo un rimborso”
“Non posso dartelo, io non ho ricevuto i tuoi soldi”
“Come? E a chi li ho pagati io?”
“Chiedi a LetsBonus”
Cazzo, allora non siete solo apparenza, coi soldi la sostanza viene fuori.
Contatto via mail LetsBonus che dopo aver un rapido consulto mi fa una proposta accettabile: ti rendiamo i soldi sotto forma di credito e ci scusiamo tanto.
Già mi stavo informando su come spenderli quand’ecco la seconda mail di LB: non possiamo fare seguito alla nostra comunicazione precedente in quanto il suo tagliando risulta attivato in data 16 ottobre.
Era il 15. “Gentilissimi, il 16 ottobre ancora non è arrivato”
“Ci scusiamo era il 16 settembre, cordialissimi e caldissimi saluti”
Il 16 settembre? Ovvero il giorno in cui sono andato la prima volta in palestra?
“Egregio LB, non mi sono mai allenato perché il tagliando non era attivo, cosa che mi è stata confermata anche 3 settimane dopo. Mettiamo onorevolmente fine a questa situazione penosa e mi rifate la prima proposta di rimborso?”
Dopo un paio di giorni (tempo trascorso tra una mail e l’altra) LetsBonus Servizio Clienti Caso # 12220164 [ ref:_00DA0HjId._500F0HdRxp:ref ] mi risponde che la mia pratica è attualmente in gestione presso il dipartimento compente.
E voi chi minchia siete? Verrebbe da chiedere.
Dopo un altro paio di giorni mi arriva un’altra mail con lo stesso messaggio. Sapete tipo quando ti mettono in attesa: “i nostri operatori sono momentaneamente occupati, ci scusiamo per il disagio”. Solo che al telefono lo dicono ogni 30 secondi, qui ti mandano una mail ogni tre giorni.
Sto ancora aspettando una risposta definitiva, nel frattempo non trovo nemmeno un’immagine di Schopenhauer con la panza… e questo mi indispone.

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Very Important Person(s)

Già il concetto di VIP cozza con tutti i principi illuministi di liberté, egalité e quasi fraternité (con certi coglioni che stanno in giro non si può proprio fraternizzare; tollerarne l’esistenza sì e questo rientra nell’egalité) che regolano la mia vita.
Già la genesi della definizione “Very Important Person”, nata in Russia per indicare una certa aristocrazia, mi disturba. E che Darwin serve solo quando fa comodo? Solo se si deve giustificare la differenza tra le presunte categorie umane?
Pensare poi che questa etichetta si applica oggi a personaggi di ogni genere, basta che si vada a esplicitare la propria idiozia per quindici giorni in televisione, mi contraria vieppiù. Ma che (per esempio), Barbara D’Urso, Balotelli, Belen Rodriguez, le veline, le letterine, le patonze, i raglioni di Uomini e Donne sono Persone Veramente Importanti?
Rilevante, di grande interesse, apprezzabile, vitale, essenziale, influente, famoso, autorevole, potente, insigne, prestigioso, elegante. Sono tutti sinonimi di importante.
Converrete con me che i cosiddetti VIP non c’entrano nulla con quei termini a parte, se vogliamo, l’abusato o usato a sproposito “famoso” e che, anzi, se levassero i loro culi arroganti dalla faccia della terra la maggior parte di noi continuerebbe a campare tranquillamente. D’accordo qualcun altro, spero una minoranza, cadrebbe in depressione ma sono i rischi da correre in certi casi.
Questo piccolo cappello per farvi capire quanto me ne possa fregare dell’ultima poppata di Santiago o delle fuggevoli bramosie di Elisabetta Canalis.
Figurarsi la mia sorpresa quando un sms mi annuncia che mi sono stati scalati 5 euro dal credito (anzi dal conto, paraculi della domiciliazione bancaria!) per essermi iscritto a Celebrity, fantastico abbonamento collegato al sito scoprivip.com!
Rapido giro su internet e scopro che la truffetta la mettono in atto da tempo, con la complicità degli operatori (specie della 3. Sì è la mia, appena cambiata, merci beaucoup) e che bisogna chiamare il proprio gestore per farsela disattivare.
Incazzato come una pigna perché sto anche “partecipando al Concorso ‘i Tuoi Premi’. Rimani attivo almeno 7giorni consecutivi e prova a vincere ogni settimana 1buono acquisto” chiamo la 3 e mi risponde una tizia sarda che cerca in tutti i modi di dissuadermi dal disattivare questa e tutte le future opzioni premium (si chiamano così) che si berranno i miei sudati soldi per dirmi (cosa?) quante pugnette si è fatto Eros Ramazzotti questa settimana.
TS3 (Tizia Sarda della 3): “Noi non possiamo disattivare le opzioni deve chiamare un altro numero”
Io: “Il mio gestore è la 3, le dovete disattivare voi. Sentiamo cosa ne pensa la Polizia Postale di questa truffa?”
TS3: “Ok lei ha ragione. Ma poi non le arriveranno più le notifiche di quando farà operazioni bancarie”
Io: “Eh?”
TS3: “Le arrivano i messaggi per avvisarla quando fa qualche operazione online con la sua banca?”
Io (pensiero): (mmm boh… memoria di merda… che dico ora? Dissimulare, dissimulare!)
Io: “Sì”
TS3: “Bene, se tolgo l’opzione non le arriveranno più. Ci vuole pensare?”
Io: “No, tolga tutto. E dato che le sto facendo un’esplicita richiesta non voglio che succeda mai più che mi si attivino opzioni non richieste da me”
TS3: “Eh ma io posso cancellarle queste, se poi ne escono altre nuove noi che ne sappiamo”
Ma pensa questa crumira aziendalista! e io che ho sempre solidarizzato con i lavoratori dei call center!
Un’ulteriore minaccia di denuncia ed ecco comparire, cavalcando veloci come messi d’altri tempi, gli sms di disattivazione di Celebrity e delle opzioni premium: mi perderò le tredicesima gravidanza di Michelle Hunziker ma credo che sopravvivrò.
Una segnalazione alla Polizia Postale però voglio farla, visto che un sacco di gente ci è cascata e questi ci marciano. Sono un fottuto cittadino modello io, che vi credete?
Vado sul sito, mi iscrivo, password, cavoli e mavoli (per non essere ancora inutilmente scurrile e dire “cazzi e mazzi”) e alla fine… non si può fare le segnalazione! Si può fare per il phishing, per l’hacking (ma che è?) e per la pedofilia. Se volete segnalare altro non si può. Puoi fare una denuncia ma chi denunci, Signorini?
Manco una soddisfazione. Chissà che scarpine indosserà il royal baby per il battesimo…

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La strana faccia dell’amore

Quasi giunto a destinazione, dopo il solito viaggio mattutino, attendo paziente in sella allo scooter che il semaforo su via Nomentana diventi verde. Di lato, nella corsia centrale, il solito ammasso di ferraglia strombazzante; alle mie spalle disordinati cuboidi di metallo guidati da rimminchioniti arroganti; a sinistra, la usuale, disorganizzata, carovana di auto i cui conducenti tre alla volta cercano di immettersi nella stradina laterale davanti a me, terrorizzati dall’imminente rosso. Il quale, infatti, a un certo punto arriva, anche se non pare sia di ostacolo al flusso che continua presuntuoso.
Il semaforo verde indica di muoversi ma per poco non vengo travolto da una spocchiosa signora che pretende per diritto divino di passarmi sopra, malgrado ora dovrebbe rimanere ferma. Ruoto la testa verso di lei e le indico il semaforo per farle capire di stare buonina ma non appena rigiro lo sguardo in avanti mi accorgo dell’utilitaria, anch’essa rossa, immobile al centro della stretta corsia, a pochi centimetri da me. Freno, cerco di spostarmi, giro il manubrio ma l’impatto è inevitabile: la mia ruota anteriore va a sbattere contro il suo paraurti posteriore e lo scooter si inclina, cadendo di lato mentre io rimango in piedi.
Dalla macchina, dopo qualche attimo di esitazione, nel quale il mio primo pensiero è che chi tampona ha sempre torto, scende una signorina magra, piccolina ma ben tornita, coi capelli scuri corti, pantaloni e giacca elegante nera.
“Oddio, che è successo?”
“Niente di che, la tua macchina non ha un graffio, lo scooter invece è distrutto” affermo con enfasi shakespeariana, sperando che non conosca il codice della strada. “Ma che ci facevi ferma in mezzo alla strada?”
“Stavo parcheggiando” fa lei con un filo di voce.
“Dove? E senza freccia tra l’altro”, incalzo, sempre più sicuro di me.
“Sul marciapiede” risponde timidamente.
“E che si parcheggia sul marciapiede?” Ormai è fatta.
“Lo fanno tutti” si giustifica ancora lei.
Mi ricorda una scolaretta beccata a copiare, è ora di sferrare il colpo finale e sparire: “Vabbè dai, non si è rotto nulla…”
“E questi?” dice indicando i cocci del mio specchietto sulla strada.
Che tenera, si sente in colpa. “Non preoccuparti, non fa niente”
(L’ho sfangata, non è una di quei furbetti pronti a fottere il prossimo simulando inesistenti colpi di frusta, ora mi rimetto in sella e maledico per un po’ la vecchia del semaforo, che se la starà ridendo alle mie spalle).
Ma lei, la ragazza, non molla e con il candore più assoluto si mette una mano sui seni tondi, grossi e sodi, le curve perfettamente in vista sotto la camicetta bianca e mi fa: “Oddio, mi batte fortissimo il cuore, vuoi sentire?”
Venti centesimi di secondo di blocco mentale e la fortuna di indossare gli occhiali da sole così che non si intuisca la direzione del mio sguardo.
(Ma come ‘vuoi sentire’? Che faccio ti metto le mani tra le tette? Voglio dire, non che non lo farei molto volentieri ma… dove la metto la mano? E se involontariamente il pollice e l’indice dovessero indugiare su quelle rotondità perfette? E ho i guanti, che faccio li tolgo? Altrimenti non vedo come potrei sentire il battito del tuo cuoricino impazzito… Ma poi, scusa, che si chiede così, a uno sconosciuto, il primo venuto in mezzo alla strada, di metterti la mano sulle tette? D’accordo, ci credo alla tua buona fede, so che sei davvero spaventata ma… cioè, insomma, non posso farlo no? C’è pure la vecchia dietro che controlla tutto…)
E’ il resoconto dei miei pensieri, in ordine sparso, nei rimanenti ottanta centesimi di secondo, lei con la mano sul seno, io lì davanti in bambola completa. Interiormente mi sento come il Tevere dopo il salto all’Isola Tiberina, esteriormente sono una mummia senza emozioni.
“Vabbè dai non è successo niente, non ti preoccupare”, ripeto ancora. Non ho la forza di salutarla, né di guardarla, rimetto in piedi il motorino ancora acceso, mi infilo alla destra dell’utilitaria rossa e la lascio lì, in piedi, con la mano fra le tette.
Nei film, quando un personaggio si allontana in questo modo lirico, spesso guarda con rimpianto l’altra figura farsi sempre più piccola attraverso lo specchietto retrovisore: sarebbe una bel finale e allora provo a farlo anch’io ma, ahimè, non mi riesce poiché il mio (specchietto?) l’ho lasciato lì, per terra. Insieme al mio ego frastornato.

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La multa semovente

Va bene, può capitare di prendere una multa. Rode un po’ ma in fondo è normale. Per me è più che normale, è una prassi. Ma ok, mi lascerò mica demoralizzare dall’ennesimo verbale? Certamente no, anche se certamente sono vinto dalle battaglie pregresse e rinuncio a priori al ricorso. Mi reco all’ufficio postale e pago i miei 85 euro, ripongo la prova dell’ulteriore sostegno economico al Comune di Roma e dormo sonni beati. Finché.
Finché, a distanza di qualche mese, arriva la famosa letterina verde che il postino ha imparato a conoscere e con malcelato compiacimento ormai recapita a casa: verbalino da 109 euro + spese di spedizione + spese nonmegliospecificate, totale 122 euro.
Ma che è? Che ho fatto? Sarà stato quella volta che… O quell’altra in cui… No, aspetta, questo è lo stesso identico verbale che ho già pagato, solo che una mano anonima ha cancellato a penna l’importo di 85 euro e ha riscritto 109, aggiungendo le altre spese.
Ma io il verbale l’ho ricevuto dalle manine ufficiali di un Agente di Polizia Municipale, mica pizza e fichi. Ho saldato il mio ennesimo conto con il corpo dei pizzardoni e ora mi ritrovo a dover pagare ancora? Urge spiegazione.
Mi presento all’ufficio preposto dei vigili e illustro la situazione. Anzi.
“Buongiorno, posso chiedere qui per un verbale?”
“Perché che c’ha?”
“Ho pagato il verbale e me ne è arrivato un altro che bla bla bla…”
Il ciccio in camicia e gilet semimilitare si sporge a fatica spostandosi sulla poltroncina a rotelle ed esamina attentamente i due verbali per 45 secondi.
“Deve andare su all’ufficio della stradale, je lo spiegano loro c’hanno fatto…”
Salgo un piano e entro nella prima stanza che incontro.
“Scusate, cercavo l’ufficio della stradale”
“Perché che deve fa?”
“Riguarda un verbale che mi è arrivato due volte, è qui che posso chiedere?”
“E nun lo so, si numme lo spiega nun lo posso sapé”
Si avvicina, esamina attentamente i due verbali per 45 secondi e poi: “Aspetti qua”.
Non solo è Mister Simpatia, c’ha pure un enorme simbolo della Lazie come sfondo del desktop: sì l’avrete visto, lo scudetto biankazzuro col pollo sopra.
“I verbali sono diversi perché c’è maggiorazione di un terzo per l’orario notturno”
“Sì, ma a me il verbale l’ha consegnato un vigile, se si è sbagliato non è colpa mia”
“Se pensa che c’è un errore può fare un esposto all’ufficio protocollo al piano di sotto”
“E lo penso sì!”
Riscendo le scale e vado dal mio amico sulla poltroncina a rotelle (non era disabile, solo pigro).
“M’hanno rimandato giù, questo è l’ufficio protocollo?”
Lui alza un salomonico indice dietro le mie spalle, così mi giro e mi presento allo sportello.
“Questi due verbali bla bla bla”
Il vigile dietro il vetro esamina attentamente i due verbali per 45 secondi e mi spiega (diciamo tenta di spiegarmi) come compilare l’esposto. Ho fatto di testa mia.
Protocolla come da nome dell’ufficio e mi dà la ricevuta.
Io, che stupidamente pensavo di aver risolto definitivamente il problema, ancor più stupidamente domando: “E adesso?”
“E adesso… se non le arriva nessuna comunicazione è tutto a posto, se le arriva una comunicazione non è tutto a posto”.
Comunicare è importante.

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Sulla naturale regressione verso l’arroganza di certi alternativi da operetta

Flashback.
L’ennesima involuzione di certi personaggi mi ha sconvolto. Eppure dovrei esserci abituato, li ho frequentati molto ai tempi dell’università; a stretto contatto, ritenevo di condividere con essi alcune iniziative su una presunta quanto utopica uguaglianza sociale, frutto in realtà solo della mia dabbenaggine e sprovvedutezza. Il loro habitat, nel quale crescevano e proliferavano spalleggiandosi e riproducendosi, era il quartiere di San Lorenzo, storica roccaforte della resistenza durante la seconda guerra mondiale e per questo, oltre che per una strategica vicinanza alla città universitaria, assurto a quartier generale della “movida” romana (che allora non si chiamava ancora così, Dio punisca chi ha introdotto nelle nostre esistenze anche questa ennesima bruttura fonetica).
Già allora, quando ho capito che non di veri attivisti si trattava, quanto piuttosto di figli di papà che giocavano a fare gli squattrinati – salvo poi rientrare la sera nelle loro benestanti case parioline del papà notaio, avvocato o medico, già col futuro in tasca non appena si fossero laureati – ho cercato di trasformarmi in una goccia d’acqua in quel liquido oleoso e, quindi, di non mischiarmi.
Mi sono ribellato quasi subito al loro passatempo, ai loro “compagno” (ma compagno di cosa? Non siamo Pacciani e Vanni, né tantomeno mi si deve affibbiare un’etichetta che ci riduca a elementi passivi di uno schema più grande, nel quale mi si ritaglia il ruolo di pedina atta ad adoperarsi e compiacere l’oligarchia di turno, sociale, politica, economica o sessuale che sia! Cazzo), per dedicarmi a quelle attività per le quali mi sentivo più affine a loro: calcetto, tresette, vino, rock e altre amenità che non sto qui a menzionare.
Nella mia illusoria e inadeguata visione del mondo, sorretto da un’altrettanto erronea interpretazione della teoria darwiniana (ma quando imparerò a farmi furbo?), ero convinto che quella categoria sociale, così effimera e superficiale, non sarebbe sopravvissuta agli spensierati anni universitari.
Quanto mi sbagliavo! E anche qui, nulla di insolito. Mi domando come si possa passare anni a cercare di capire il mondo e non comprendere di esso mai una mazza…
 
Oggi.
O meglio venerdì sera. Godimento e felicità per un fratello che torna nella nostra vita, moderno figliol prodigo, il quale per festeggiare ci apre la sua casa e l’abbondante meltin pot del quartiere vivace, alternativo e artistoide dove vive: San Lorenzo. Entriamo in uno degli innumerevoli locali che allietano il viavai di una estroversa festa della donna (sulla quale – festa – non spenderò nemmeno una frase, nemmeno un aggettivo… muto e pedalare!). Riempiamo un tavolo all’interno di un ecosistema decisamente chic, musica ambient e luci adeguate, candele che galleggiano su uno strato gelatinoso dentro un barattolo pieno di turaccioli con sovraimpresso il mio cognome (d’accordo, l’ultima immagine non è reale ma parto della mia leonardesca fantasia); se non fosse per l’umidità al 90 per cento, la puzza che qualcuno degli astanti sente (non io, che sembra abbia il medesimo olfatto di un cocainomane) e tutta una serie di mancanze alla sicurezza sui luoghi di lavoro che a me, tartassato da una capa bisbetica pure in qualità di responsabile della salvaguardia dell’incolumità dei colleghi, non sfugge. Ma, soprattutto, ci sono loro: gli alternativi o, come si preferisce definirli ora – dopo la rivoluzione culturale gelminiana – i radical chic. Belli. Eleganti. Sicuri di sé.
Chi può amministrare un posto talmente all’avanguardia da attirare così tanta “bella gente”, come si dice nei luoghi alla moda? Una manica (accezione negativa e romanesca di “gruppetto”, blandonota) di emerite teste di cazzo, obviously. Nella misura addirittura di tre su tre, un bell’en plein. Ma con un paio dei tre gestori che spiccano sul terzo e uno che addirittura si eleva e si libra sugli altri nel suo empireo di arroganza.
Prima prova non appena seduti quando arriva, con barba e capelli ribelli, il ciuffo sudato e anche un po’ ubriaco (Fico! Ma chi è Borroughs, Kerouac? Ci troviamo catapultati improvvisamente nella beat generation?) e, alla richiesta gentile del nostro fratel prodigo di avere da bere, risponde stizzito: “E che te paro ‘ncameriere? Le consumazioni si prendono al bar!” “Beh, stai ritirando i bicchieri da un tavolo, un vigile urbano non sembri”, verrebbe da dirgli. Ma mi trattengo perché poi sei sempre il solito attaccabrighe e bla bla. Nel frattempo ne approfitta per sorridere suadente a tutte le ragazze del tavolo, mentre si porta via i bicchieri con un contegno e un’altezzosità che un cameriere se li sogna!
Accompagno il fratel prodigo al bar dove c’è ancora lui (è ubiquo!) intento a preparare due cocktail. Gli ripete la richiesta e lui: “Mo sto a preparà questi!”. “Ma questo è proprio un coglione!” dico, per fortuna non udito poiché, nel frattempo, senza motivo, si scalda e sbatte sul bancone del bar l’arnese per pestare il ghiaccio. Senza motivo credevo io. In realtà, non appena torna il secondo gestore da chissà dove, un tipo flemmatico e accattivante che sfida umidità e ridicolo con un berretto di lana molto trendy in testa, urla: “Ecco a voi il barman!”, gli fa un applauso e si catapulta dall’altra parte del bancone, tra una biondona alta e radical chicchissima (bisogna ammettere che l’arrogantone aveva i suoi bei motivi per incazzarsi con l’amico svanito nel nulla, probabilmente a fare il figo con qualcuna, come avrebbe voluto fare lui) e la sua amica, baciandole e abbracciandole entrambe, nonché stringendole a sé e al suo ciuffo sudato. Ovviamente – banalità – senza preparare i cocktail che fratel prodigo gli aveva chiesto.
Quello che ha preso il suo posto ha cominciato a preparare invece quelli delle due patate di cui sopra (forse se le stavano litigando! La lotta tra fighi alternativi secondo me deve assomigliare a quella dei leoni nella savana…), con una flemma e un distacco che gli ho subito invidiato. Caricata nella mia voce una dose magnum di gentilezza, ho rinnovato io la richiesta. Quello si è fermato, mi ha guardato per un attimo come si guarda una cacca di cane per la strada e mi ha risposto: “Sì”. Naturalmente non li ha preparati. Dopo altri cinque-dieci minuti di attesa fratel prodigo ci ha riprovato e, ragazzi, stavolta ce l’abbiamo fatta! Non senza che fosse stato disturbato nella delicata opera dal terzo gestore, quello che indossava la maglietta con la cravatta disegnata sopra. Ma quanto state avanti! E quanto sono inadeguato io, rispetto a voi?
Mentre lo psicopatico col ciuffo sudato inseguiva la bionda come un cane la lepre, ne ho approfittato per andare in bagno. Un tizio irrompe nel bel mezzo delle mie cosine, richiude la porta ma poi, quando esco, mi fa: “T’ho rotto i cojoni prima!” Solo che l’intonazione sembrava più: “Coso, ma lo sai che stavi al cesso quando ci dovevo andare io?” Annuisco tra me e me e faccio una risata rassegnata e conscia mentre giro lo sguardo e lo vedo seduto al tavolo, intento a marcare stretto una fighetta radical-jazz-chic.

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Essere o dover essere? Questo è il problema.

Probabilmente ognuno di noi è convinto di scegliere chi (o cosa) essere in toto e senza imposizioni di sorta. Verosimilmente quando compriamo un vestito, guardiamo un serial tv, votiamo per un candidato (o, meglio, per una coalizione) sentiamo di fare una scelta individuale e libera, dettata dal nostro modo di essere. Condizionamenti esterni? Mai! Io ragiono con la mia testa e ho scelto di comprare quelle calze coprenti a fantasia geometrica e di indossarle sotto una mini con le stesse tonalità di mia spontanea volontà! E pazienza se per strada è pieno di donne vestite in modo simile, è un caso, è la moda… si saranno fatte condizionare da qualche rivista o dalla pubblicità. E quanto mi piace Dexter! Non posso as-so-lu-ta-men-te rinunciare a passare la domenica pomeriggio a guardare tutte le quindici puntate una dietro l’altra, sbracato sul divano per mia autonoma e incondizionata scelta.
Finché arrivano quei periodi, scadenze o tappe che ti tolgono un po’ di prosopopea autoincensante e ti costringono a guardare la realtà con occhi più critici. Se poi sommi un periodo no a una tappa imminente (ad esempio una maledetta seconda cifra pari a 0 nel numero dei tuoi anni) chiederti se sei effettivamente quello che vorresti essere (o, meglio, se quello che vorresti essere corrisponde davvero a quello che sei) diventa pressante.
E’ il mio caso.
La saggezza popolare (della quale le madri sono la rappresentazione esatta) recita: “Alla trentina levati da sta vetrina”, intendendo quanto sia inutile, sorpassata la soglia dei trent’anni, affannarsi a cercare un’anima gemella adeguata, data la vecchiezza ormai incombente. Per estensione, a sottolineare l’irrecuperabilità di un qualsivoglia presupposto affettivo degno di questo nome, ai quarant’anni dovrebbe associarsi una frase del tipo: “Alla quarantina affogati nella piscina”?
Non so. Fatto sta che può capitare che dopo una, due, cinque storie (o, se sei fortunato – o sfortunato, dipende dai punti di vista – dieci, venti o cinquanta) non ti riesca ancora di trovare una persona che completi il tuo animo tormentato dalle mille vicissitudini, difficoltà, avventure e ostacoli che – certamente – solo tu vivi!
Rendertene conto alla soglia dei 30 o dei 40 anni (con una insignificante differenza di 10 anni) dipende da quanto è radicata in te quella subdola testa di minchia di Peter Pan. Il quale, ogni volta che sei lì a ragionare e a chiederti se non dovresti, magari, modificare il tuo essere tendendolo verso il dover essere (o, meglio, modificare il tuo dover essere rendendolo più simile al tuo essere), se ne esce con quelle frasette mantriche e persuasive: “Che cazzo ti frega, è pieno di donne, lascia perdere!”; “se lei non fa niente per te per quale motivo dovresti farlo tu?”; “ma non lo vedi che pensa solo ai cazzi suoi, quanto resisteresti a starci insieme?” E tu: “Ma… ma a me sembra che sforzandomi un po’, forse anche lei…” E PP: “Ma quando mai, non lo vedi cosa succede in giro?” E tu: “Ma veramente io…” E PP: “Zitto e pensa a trombare!”  E lì ti toglie ogni possibilità di replica.
A ridosso della quarantina, dopo una, due, cinque storie (o magari dieci, venti o cinquanta) un dubbietto sulla tua capacità di tenerti le persone che hai accanto affiora. Leggermente, impercettibilmente, eh…  E intorno alle tue relazioni personali vedi solo caos.  A questo aggiungi un inizio di anno tranquillo in cui un giorno ti operi, una settimana hai le coliche renali e pensi di morire lì, un altro giorno litighi col tuo capo che ti vuole licenziare, un altro ti si rompe il motorino, un altro un bell’addormentato ti viene addosso e ti distrugge la macchina, un altro trovi la gomma bucata, un altro non ti reggi fisicamente in piedi, un altro… ma quanto cazzo dura sto inizio anno?
A questo punto, secondo logica, potresti davvero pensare all’eventualità della piscina. E, invece, ti guardi allo specchio e, serissimo, cominci a imitare un balletto alla Will Smith in “Hitch”, o a fare smorfie e pose plastiche senza motivo, salvo poi renderti conto improvvisamente di quanto sei stupido e scoppiare a ridere. Da solo, in bagno. Quello sei tu? Stupido e senza testa? E ciò che la società ti impone di dover essere è colui che proprio alla soglia dei quarant’anni deve, per forza, trovare l’anima gemella? O è anche quella una proiezione latente del tuo essere che, a scadenze comandate, viene a darti un rimembrante calcio in culo? E il tuo dover essere coincide davvero col tuo essere (o, meglio, viceversa)? Questo è il problema. 

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Che fine ha fatto blandobass? O della crisi (creativa).

Wiki says: “Una crisi è un cambiamento traumatico o stressante per un individuo. Oppure una situazione sociale instabile e pericolosa”. Oppure entrambe. E quando i bioritmi individuale e sociale cavalcano fieramente e parallelamente accavallandosi verso il basso, le cose si complicano.
D’altronde la parola crisi deriva dal greco “scelta” e quindi ogni nostra azione, anche la più insignificante e quotidiana, comportando una scelta, implica una crisi. Un piccolo blackout rapido e passeggero nel nostro altrimenti perfetto equilibrio quotidiano, quello a cui ci aggrappiamo tenacemente per evitare di sprofondare negli errori dettati dal nostro autocompiacimento.
Un’intermittente e impercettibile mancanza di rete protettiva, una linea tratteggiata con minuscoli vuoti, tali da non preoccupare. Finché, improvvisamente, le lingue di terra mancanti sotto i piedi si allargano tanto da permetterci di guardare in basso, con preoccupazione e orrore. Finché il nostro granitico ego frana sotto i colpi della realtà, che tutto comanda e sempre vince.
Noi, minuscoli hidalgos superbamente impegnati nella sopraffazione di un esercito di minacciosi mulini a vento, sentiamo inaspettatamente di soccombere di fronte al mondo. E questo ci sconvolge. Ma non eravamo i più eroici egocentrici della storia? Non eravamo quelli a cui nulla era precluso? Non eravamo i migliori, i più, gli unici? E non abbiamo sacrificato proprio a questa idea affetti, amicizie, tempo e masserie?
Immersi nella nostra egotica realtà ci è sfuggito un dettaglio: abbiamo costruito la nostra casa sulla sabbia, come lo stolto della canzoncina. Un abuso edilizio che regge, come tutti gli abusi, finché le prospettive sono rosee e tutto va. Ma al primo intoppo sono cazzi.
Un insieme di sempre meno piccoli e sempre più frequenti blackout ha creato “un cambiamento traumatico o stressante per l’individuo blandobass”. Che è in piena crisi (creativa?) e non sa come e quando ne uscirà.
Insoddisfatto del suo (egotico) mondo e costretto a rivedere prospettive e traguardi s’è dato alla macchia, rigogliosa attorno ai suoi personali mulini a vento, che lo sovrastano irridenti ed, essi sì, irremovibili.
L’ombra (e l’onta) del fallimento fanno capolino all’orizzonte. “Sarai un uomo se riuscirai a trattare il fallimento e il successo per quello che sono, ovvero due piccoli impostori” diceva qualcuno. Pare facile. Ma guardare in basso è come il limone, stringe! E quindi aiuta…
Intanto, con estrema fatica, ecco questo ridicolo testo, ne seguiranno (si spera) altri più convincenti.
 

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