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2001 Odissea nel blues

Ogni persona è legata alle date a proprio modo. Se nomino il 2001, ad esempio, qualcuno pensa a Odissea nello spazio, qualcun altro alle torri gemelle… io no, io penso a B.B. King. Il re del blues.
D’altronde quando il blues ti scorre nelle vene e coagula il flusso sanguigno peggio di una braciolata pasquale non è che si ha tanta libertà di scelta. E in quella torrida estate romana blando e Zen non potevano certo perdersi l’appuntamento, anche se l’altro flusso, quello del denaro, scorreva così diluito nelle tasche di due universitari da risultare inconsistente.
Nel 2001 Zen voleva dire binomio indissolubile con Milla, eterni come le torri gemelle. Allora. Evanescenza delle sensazioni e importanza infinitesimale dell’esistenza singola nello spazio infinito, appunto. C’era qualcuna anche accanto a me? Forse sì, forse no, che importa… sforzare il ricordo è sempre faticosamente insalubre.
Ma torniamo al Villa Celimontana Jazz Festival, mentre i due prodi si accingono alla biglietteria per registrare, sgomenti, l’esaurimento dei ticket. Di resa nemmeno a parlarne.
Qualche capopopolo di quelli che spuntano sempre all’uopo in questi casi propone una via alternativa: scavalcare i cancelli della villa lateralmente.
Il cambio di scena vede Zenny e blando di notte, nel boschetto che costeggia la villa, accompagnati da altri temerari, nascosti ognuno dietro un albero per non farsi beccare dalla security che con le torce illuminava a giorno foglie e arbusti. Stile fuga dal carcere, anche se noi volevamo entrarci. O stile tizio che alla festa dell’eremo del paese, mille anni fa, trovammo accovacciato tra le frasche dopo che si era fottuto la moglie di caio.
L’immagine di decine di persone, nel centro di Roma, nascoste in un bosco buio per evitare fasci di luce, potrebbe essere la scena di un film… o di un trip. E tutto per sentir suonare la Lucille di B.B. King.
Qualche altro capopopolo (o lo stesso? Chapeu alla sua capacità di persuasione!) dichiarò il fallimento della missione e ordinò la ritirata. Mogi tornammo all’entrata convinti dell’ineluttabilità della sconfitta quando i circa cinquanta-cento che erano rimasti fuori si lasciarono andare alla furia cercando di superare i cancelli di entrata. A loro dire la biglietteria aveva chiuso troppo presto. O c’erano ancora posti. O chi cazzo se ne frega del perché. I buttafuori capirono l’andazzo e si fecero da parte, noi ci accodammo ritrovandoci in paradiso senza nemmeno capire come.
Il palco era pronto, la gente disciplinatamente seduta o in fila per la birra. La stradina brecciata costeggiava il tutto e portava al retropalco transennato. Una trentina di persone sbirciavano nella casetta prefabbricata con la porta aperta (santo caldo!) nella quale si preparavano i musicisti. Poi arrivò il momento: coi loro strumenti salirono piano sul palco e partirono col loro blues viscerale. Tutti li seguirono, compreso Zen credo. Io no. Per qualche motivo oscuro rimasi lì nel retropalco appoggiato alle transenne a guardare da dietro i musicisti. Non tutti erano però saliti sul palco. Guardai attraverso la porta del prefabbricato e vidi una delle scene che mi sono rimaste più impresse nella mia vita. Il mio 2001 non è odissea nello spazio né un aereo che attraversa il simbolo della potenza degli Stati Uniti. Il mio 2001 è il re del blues, B.B.King, a cinque metri da me, seduto su una sedia in una stanzetta vuota, illuminato dall’alto, con la chitarra in mano e gli occhi chiusi in cerca di ispirazione. Quindi li apre, imbraccia Lucille e spedito, a dispetto della mole, sale i pochi gradini che lo separano dal suo pubblico.
Poi il delirio!

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