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The Hateful Eight e il fastidio dei moralisti

Adoro il modo in cui Tarantino disturba i benpensanti, specie i radical chic che sgomitano per un posto in prima fila tra i fan di uno dei registi cult dell’ultimo ventennio. Nei suoi film le donne vengono chiamate “bagasce”, i neri “negri” o “tizzoni”, i bianchi “bifolchi” o, semplicemente, “pezzi di merda”. E loro, gli spettatori, ridacchiano, si adeguano ma, contemporaneamente, si muovono sulla sedia cercando di soffocare quel pizzicore profondo che li infastidisce e sul quale non possono scatenare il loro moralismo a gettone.
Lui, il regista, se ne frega e va avanti per la sua strada, spiazzando e prendendo in giro con l’ironia geniale dei suoi dialoghi e con la perfezione stilistica dei suoi personaggi, eccezionali nella costruzione e nei dettagli, così come nella recitazione; a tale proposito, è Tarantino che riesce a tirare fuori il meglio da ogni attore con la sua maniacale accuratezza o è solo bravo a circondarsi di interpreti fuori dal comune? Probabilmente sono vere entrambe le affermazioni ma che Quentin riesca a sublimare la bravura intrinseca di ogni attore è fatto noto; basti pensare alla resurrezione di Travolta ma anche a Brad Pitt innalzato, per fortuna, a ruoli diversi dal “moglio” o dal belloccio semitenebroso fino ad arrivare a una Jason Leigh finalmente bagascia: una strega insanguinata, bugiarda e meravigliosa. Michael Madsen, Tim Roth, Samuel L. Jackson e Leo Di Caprio no, loro sono eccezionali a prescindere dalla regia. Specie Leo. Dai che lo vinci.
La Laura Boldrini o la Dorina Bianchi della situazione spingerebbero, attraverso l’indignazione, l’idea di presunta uguaglianza sociale – o di genere -, in virtù di un dettato divino (in senso lato) calato dall’alto, stile tavole della legge. Per tutta la durata di The Hateful Eight, al contrario, il maggiore nordista Warren viene chiamato “negro” da un generale della Georgia e dal presunto sceriffo sudista, giustamente. Giustamente perché è questo quello che succede(va) nella realtà. E Tarantino innalza tutto con la sua classe descrittiva: “Generale, vuole davvero parlare con questo negro?” “Secondo gli yankee questo è un paese libero…” Geniale. Epocale. Attraverso i dialoghi sottili e graffianti vengono rivelate (ai più attenti e ai meno moralisti) circostanze sociali tangibili e, in questo modo, si viene spinti inconsciamente a parteggiare per il giusto. Come e più che nei film di Van Damme e di Seagal vince la Giustizia tra gli otto odiosi (che poi sono nove ma vabbè… O.B. non è odioso). D’altronde già in Pulp Fiction (prima che diventasse un cult) Tarantino si era dovuto difendere da chi lo accusava di essere troppo violento, non avendone capito l’ironia (“Stupids!”).
Ma H8 è di più, è il più tarantiniano dei western: le inquadrature in campo lungo che si stringono con sofferente lentezza, i due personaggi incastonati nel riquadro della porta del fienile, il particolare delle froge dei cavalli fumanti dal freddo e le parole, centinaia, migliaia di apparentemente inutili parole che invece descrivono i personaggi; e attraverso essi stessi, e non le loro azioni, si districa la trama, così teatrale e solo apparentemente immutabile.
Non basta? Aggiungete quel genio di Morricone che l’ha fatto di nuovo: non si capisce come faccia ma lo fa. Quella musica ipnotica ti marchia a fuoco già dalle prime inquadrature, con il Cristo di legno perso nel bianco della neve e quella carrozza in lontananza che si avvicina e si avvicina e si avvicina.
Secondo MyMovies The Hateful Eight è una “formidabile opera minore”: una definizione bellissima ma che non mi trova d’accordo. “Bastardi senza gloria” lo è, “Grindhouse” lo è sicuramente, forse “Jackie Brown” ma solo se paragonato a quei capolavori di “Pulp Fiction” e “Le Iene” che lo precedono. H8 no, è un filmone. Un po’ straniante certo, perché prima ti coccola e ti mette a tuo agio e poi ti disturba. Ma solo se sei un benpensante.

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