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Corna e piadine, gli AC/DC in salsa romagnola

Com’è attendere qualcosa per 6 mesi? Come un bambino che si aspetta il balocco per Natale (balocco!?!)? Come l’adolescente (ormai pre) che attende lo smartphone dopo gli esami? Come un verginello che freme per non essere più verginello? Magari non così esagerato, ma il concerto della band in attività più famosa e cazzuta dell’hard rock non è cosa di tutti i giorni. Biglietti comprati a dicembre a quasi 100 euri, viaggio organizzato per l’8 luglio. Organizzato poi… insomma.
Ferie prese. Panini e zainetto preparati la mattina stile gita scolastica. L’Umbria tagliata come un cocomero col suo verde (naturale) e rosso (politico). I semi (paesi). Il pullman sull’autogrill della E45 carico di giovinotti con magliette cornate e fulminate. La nebbia sull’appenino tosco-emiliano, quando nel resto d’Italia fa quattromila gradi. La fila all’uscita autostradale di Imola, 6 chilometri da sud, una decina da nord. Invasione delle cavallette nere, 92000 insetti vs 70000 residenti. “Boia d’un mond leader, coss’è sto burdell?”
Colpa degli AC/DC: la leggenda.
La meritata birra dopo aver parcheggiato scatta in un bar vicino la stazione che ha due entrate: una sulla piazza e l’altra, opposta, sulla strada. Il barista tatuato parla proprio come la pubblicità del Maxibon, “du gust is megl che uan”; in sottofondo la radio manda, manco a dirlo, You shook me all night long degli onnipresenti usurpatori di qualsivoglia spazio libero imolese: gli AC/DC. Ma alle pareti c’è la foto di un gruppetto anzianotto e folk, tipico della Romagna mia stile Casadei ma molto più Casareccio: che accostamento singolare.
E non è l’unica situazione singolare che accade mentre la Peroni romagnola cala veloce e decisa nei nostri stomaci eccitati dall’atmosfera, tale e quale a quella dei bar molisani. Entra un tizio coi capelli legati e uno zaino in spalla dalla porta che dà sulla strada, attraversa il bar come se fosse un sottopassaggio qualunque, senza fermarsi ma non senza aver rivolto la parola al barista-maxibon: “Il bassista degli AC/DC si è rotto un braccio, hanno chiamato me per rimpiazzarlo”. Il tempo di guardarci negli occhi, spaesati e nervosi, e il capellone è già lontano nella piazza. “Lui è stato il bassista dei Litfiba” chiarisce Maxibon “è bravissimo”. I nostri occhi spaesatissimi… ma in Romagna la realtà è un po’ meno greve del resto del mondo?
Ci avanza un biglietto; costo originale 92 euro circa, se entriamo non ci servirà più ma per fortuna attorno all’autodromo pullula di bagarini e venditori di birre. Tutti napoletani. Cos’è, un mestiere che si tramanda, come al Circo Orfei? O c’è una particolare attitudine nell’aria laggiù, come per i corridori keniani? “T pozz rà 15 eure o ci vac a perde” Eh? Per 15 euro lo metto sul frigorifero con una calamita acquistata all’uopo. Lo venderemo a 40.
Emozione nell’emozione camminare sull’asfalto dell’autodromo dove si posizionano le monoposto alla partenza, tra le strisce della pit lane di Formula Uno. Nella enorme arena c’è di tutto, umanità la più svariata e personaggi di differenti estrazioni culturali, sociali e soprattutto musicali. Genti a perdita d’occhio che, col calar della sera, formeranno una scenografia emozionante e mozzafiato con le loro corna illuminate di rosso, minuscole lucciole porno intervallate ai flash e alle luci degli smartphone a immortalare… sì, soprattutto l’astronave di inizio concerto, You Shook Me… delirio per le pulzelle, la campana di Hells Bells, il graffiante riff di Back in Black, i cannoni di We Salute You. In quei momenti i cineasti sono al culmine, mentre si segue Angus Young che tiene da solo l’enorme palco con le sue mani frenetiche e la solita sensazione di accostamento singolare tra le dita impazzite dell’intro di Thunderstruck e quella fede all’anulare così rassicurantemente giovanardiana.
Shoot to Thrill arriva troppo, troppo, presto, rammarico enorme… occorrerà consolarsi sfogando fiumi e fiumi di rabbia repressa su Shot down in flames, Have a drink on me e TNT, una via l’altra. Anche i più sbruffoni, ringalluzziti da giochi di sguardi, si ritirano alla chetichella: non è il caso di disturbare Signora Veemenza quando erutta.
Lo so, hanno sessant’anni; lo so, sono una leggenda; lo so, non sbagliano una nota, un attacco, un assolo nemmeno se gli fai il solletico da dietro; lo so, non servono fronzoli o infiorettature tanto balli, canti e sudi che manco Irene Cara. Però quella sensazione di preconfezionato resta: un tour mondiale con la stessa scaletta, gli stessi bis, gli stessi assoli, le stesse mosse, gli stessi metri percorsi in duck walk e lo stesso numero di giri sulla schiena a maggiolino di Angus. È vero, in teatro si fa così, ma l’imponderabilità del live? Che anche se dovessi cedere al maledetto smartphone che ti dice esattamente cosa faranno e quando lo faranno non varrebbe nulla perché tanto gli artisti lì, su quell’enorme palco cornuto, fanno come gli pare e stravolgono lo show?
Va bene, forse esagero nel puntiglio, d’altronde loro sono australiani e non hanno la leggerezza onirica della realtà romagnola. Infatti. Ore due di notte, Imola sonnecchiante accoglie ancora sparuti gruppi di rockmaniaci sulla via del ritorno. Sul pavé della via Emilia, deserta e silenziosa, illuminata dal giallo acido dei lampioni, tra i palazzi del centro storico, spunta un vecchietto, col suo passo lento e cadenzato, si ferma davanti a noi e fa: “Laggiù vendono i cornetti a 60 centesimi… e anche da bere costa pochissimo”. Indica con il braccio alle sue spalle e va via. Stringiamo gli occhi ma non scorgiamo altro che case, pavé, lampioni gialli e qualche sparuto rockettaro. Null’altro. Allora ci giriamo dietro di noi ma il vecchietto non c’è più. Federico, dove hai nascosto la cinepresa?

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